Stretta sui rifiuti ecotossici

Stretta sui rifiuti ecotossici

Eventi

Esame rigoroso sui valori limite: basta superarne uno

Applicazione simultanea, e non alternativa, dei quattro indicatori dei rifiuti, con indagine condotta però sulle sostanze che potrebbero essere ragionevolmente presenti (per esempio per il ciclo produttivo di provenienza) nei residui oggetto di valutazione. Appare confermare due punti nodali in materia enucleati dagli “Orientamenti tecnici Ue sulla classificazione dei rifiuti” dell’aprile 2018 l’”Approccio metodologico per la valutazione della caratteristica di pericolo Hp14 Ecotossico” diramato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale lo scorso agosto.

Le indicazioni Ispra, pubblicate l’8/8/2018 sul portale web dell’Istituto arrivano sulla scia dell’entrata in operatività il precedente 5 luglio 2018 dei nuovi criteri di individuazione della caratteristica di pericolo “Hp14 Ecotossico” dei rifiuti, introdotti dal regolamento 2017/997/Ue per il tramite della direttiva 2008/98/Ce.

Il documento Ispra fornisce in apertura la collocazione logico-giuridica della fase di valutazione delle caratteristiche del rifiuto, la quale: presuppone la fase di individuazione del pertinente codice del residuo all’interno dell’Elenco europeo dei rifiuti.

Va effettuata in base alle regole dettate dall’allegato III della direttiva 2008/98/Ce, cp,e da ultimo modificata dal regolamento 2017/997/Ue.

Il dlgs 152/2006, ancora non è stato formalmente allineato né alla decisione 2014/995/Ue, vincolante per tutti gli stati membri dal giugno 2015, né alle nuove caratteristiche “Hp14 Ecotossico” ex citato regolamento 2017/997/Ue, operative dal 5 luglio scorso.

Ispra sottolinea come all’esito della preventiva fase dell’individuazione del codice: se il rifiuto è individuato esclusivamente come non pericoloso (poiché identificato da codice privo di asterisco) non sono, di conseguenza, necessarie ulteriori valutazioni: se il rifiuto è invece individuato esclusivamente come pericoloso (codice con asterisco) occorre necessariamente procedere alla ricerca delle caratteristiche di pericolo dello stesso ai fini della corretta sua futura gestione, tra cui la corretta etichettatura; se il rifiuto è infine individuato da cosiddette “voci specchio”, ossia da due codici alternativi, uno pericoloso e uno non pericoloso, tra cui scegliere in base all’effettiva natura del residuo, occorre allora procedere a una approfondita valutazione ai fini della sua classificazione, appunto, come pericolo o meno.

Sulla classificazione dei rifiuti a specchio, si è ancora in attesa della pronuncia con cui la Corte di giustizia Ue dovrà rispondere ai quesiti sulla corretta interpretazione delle norme Ue presentati dalla Suprema corte di cassazione nazionale nel 2017.

Ai sensi dell’allegato III alla direttiva 2008/98/Ce come modificato dal citato regolamento 2017/997/Ue è definito “Hp14 Ecotossico” il rifiuto “che presenta o può presentare rischi immediati o differiti per uno o più comparti ambientali”.

I quattro punti, non devono essere considerati come opzioni alternative, per cui un rifiuto contenente sostanze contemplate da più di uno essi deve, di conseguenza, essere valutato alla luce di ognuno di essi, e quindi dei relativi valori limite e relative formule.

Le indicazioni Ispra, appaiono sul punto per confermare quanto espresso dalla Commissione Ue con i propri “Orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti”, pubblicati sulla serie “C” (“Comunicazioni”, da cui il carattere non vincolante, riservato invece agli atti della serie “L”, “Legislazione”) n.124 delle Guue 9 aprile 2018.

La procedura di classificazione, ricorda l’Ispra, si basa sulla determinazione percentuale di sostanze pertinenti, ossia di quelle sostanze contenute nel rifiuto e contrassegnate ai sensi della disciplina “Clp” (sulla classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche ex regolamento 1272/2008/Ce) da classi, categorie e indicazioni di pericolo attinenti alla caratteristica Hp14.

In tale contesto l’Ispra richiama gli “Orientamenti tecnici sulla classificazione dei rifiuti” Ue di cui sopra i quali prevedono che in caso di mancata conoscenza delle sostanze presenti nel rifiuto si debba procedere alla determinazione secondo uno “scenario realistico più sfavorevole” per ciascun elemento identificato tenendo conto delle “sostanze che potrebbero essere ragionevolmente presenti nei rifiuti (per esempio in base alle sostanze utilizzate nel processo di generazione dei rifiuti in esame e alla chimica associata).

La Nota Ispra dell’agosto 2018 precisa infine che per l’attribuzione della caratteristica di ecotossicità, come per le altre caratteristiche di pericolo, la determinazione del contenuto delle sostanze deve essere effettuata sul rifiuto tal quale e non va espressa rispetto al peso della sostanza a secco.

Fonte Italia Oggi (Vincenzo Dragani)

14 Novembre 2018

Albo Gestori, come dimostrare l’idoneità finanziaria?

Albo Gestori, come dimostrare l’idoneità finanziaria?

Eventi

I chiarimenti della Circolare n.150 del 26 settembre 2018

 Con la Circolare n.150 del 26 settembre 2018 il Comitato nazionale dell’Albo Gestori ha fornito alcuni chiarimenti in merito al requisito di idoneità finanziaria dell’impresa previsto ai fini dell’iscrizione.

Tale capacità finanziaria, che deve essere adeguata alle attività soggette all’iscrizione, è dimostrata da documenti che comprovino le potenzialità economiche e finanziarie dell’impresa o dell’ente o da idoneo affidamento bancario, così dispone il comma 2 dell’articolo 11 del decreto 3 giugno 2014, n.120.

L’affidamento bancario, precisa il Comitato, è uno “strumento tecnicamente definito e riferito ai soli istituti bancari, quale unico mezzo idoneo per la dimostrazione della capacità finanziaria”.

Con la delibera n.5 del 3 novembre 2016, ai fini dell’iscrizione nelle categorie 1,4 e 5 il Comitato ha previsto quale titolo idoneo per la dimostrazione del requisito di capacità finanziaria, in alternativa ai documenti comprovanti le potenzialità economiche e finanziarie, esclusivamente l’affidamento rilasciato da istituti bancari.

Ritenendo che tale disposizione regolamentare riguardi anche le altre categorie d’iscrizione, con la citata circolare n.150 del 26 settembre 2018 l’Albo chiarisce che “solo l’affidamento rilasciato da istituti bancari deve essere riconosciuto quale idoneo titolo comprovante la capacità finanziaria anche per l’iscrizione nelle categorie 8, 9 e 10”.

Per le suddette categorie, quindi, la capacità finanziaria dell’impresa può essere dimostrata solo attraverso l’affidamento rilasciato da istituti bancari.

Fonte Tutto Ambiente

31 Ottobre 2018

Prodotti da progettare per creare nuovi prodotti

Prodotti da progettare per creare nuovi prodotti

Eventi

Non più usa e getta, ma usa e ricicla. Il futuro del manifatturiero è nel riutilizzo dei materiali già usati, nel taglio dei consumi di materie prime vergini, nella riduzione dei rifiuti e dello spreco energetico. Ce lo dice l’Europa, ma ce lo dicono anche i bilanci delle imprese impegnante nella rivoluzione circolare, che corrono più delle altre.

Del resto l’Italia da sempre povera di risorse, è già ben piazzata per tener testa alla pressione competitiva globale, grazie a un importante tradizione di “frugalità”. Dai rottami di Brescia agli stracci di Prato, fino alla carta da macero di Lucca, il sistema industriale italiano pratica da secoli l’economia circolare.

“Tra i grandi Paesi europei, siamo quello con la quota maggiore di materia prima seconda impiegata dal sistema produttivo”.

Domenico Sturabotti, di Fondazione Symbola, il punto di riferimento centrale in Italia per le imprese impegnate nella transazione verso un sistema produttivo circolare ed efficiente. In base ai dati di Eurostat, è materia prima seconda quasi un quinto (18,5%) del materiale utilizzato dal sistema produttivo italiano, ben davanti alla Germania (10,7%).

Con 256 tonnellate per milione di euro, dato quasi dimezzato rispetto al 2008 e molto minore rispetto a quello della Germania (424), siamo il più efficiente tra i grandi Paesi europei nel consumo di materia dopo la Gran Bretagna (che impiega 223 tonnellate di materia per milione di euro, ma ha un’economia più legata alla finanza).

Siamo secondi dopo la Germania (59 milioni di tonnellate) per riciclo industriale con 48 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati a riciclo.

“La maggiore efficienza si traduce in minori costi produttivi, minore dipendenza dall’estero per le risorse e maggiore innovazione, che si tratti di prodotti realizzati dagli scarti o della rigenerazione di elettrodomestici, del riutilizzo degli abiti o della produzione di bioplastiche da residui agricoli”.

L’economia circolare è un’importante leva per la crescita, come dimostrano tante storie di imprese che hanno trasformato le sfide ambientali in opportunità di business, sfruttando anche le tecnologie dell’industria 4.0. Tutti i settori e tutte le filiere ne sono interessati, ma la meccanica è il comparto manifatturiero che ha meglio interpretato la transizione verso modelli produttivi circolari, con la progettazione di macchine utensili sempre più orientate all’efficienza e al recupero. A partire dall’azienda fiorentina e da quella vicentina, che produce da 35 anni macchine per il finissaggio di capi d’abbigliamento adottate da tutti i più grandi marchi mondiali della moda.

Famosa è l’innovazione NoStone per ottenere l’effetto consumato dei jeans che, grazie all’azione meccanica e non chimica, non produce polveri o fanghi e riduce il consumo di acqua.

Eccellenze circolari si trovano anche in altri settori classici del Made in Italy, come l’arredamento, dove spicca il caso della mantovana Saviola, che sottrae ogni anno alla discarica un milione e mezzo di tonnellate di legno per produrre pannelli truciolari in 14 stabilimenti fra Italia, Belgio e Argentina, senza sacrificare un albero. Nell’abbigliamento c’è il caso di Thermore, leader mondiale delle imbottiture termiche, precursore del riciclo della plastica fin dagli anni Ottanta, con diverse linee derivate da poliestere riciclato post-consumo, tra cui la nota Ecodown realizzata completamente con fibre ricavate dal riciclo della plastica. In media per la realizzazione di una giacca imbottita con Ecodown si riutilizzano circa dieci bottiglie di plastica che altrimenti finirebbero nei rifiuti.

Fonte: Il Sole 24 Ore (Elena Comelli) 

24 Ottobre 2018

HP 14: ISPRA illustra il Regolamento 2017/997/Ue

HP 14: ISPRA illustra il Regolamento 2017/997/Ue

Eventi

Come noto, dal 5 luglio 2018, è entrato in vigore su tutto il territorio europeo il Regolamento 2017/997/Ue relativo ai nuovi criteri di classificazione per la determinazione delle caratteristiche di ecotossicità di un rifiuto (HP14).

Le nuove norme, che definiscono HP14 – Ecotossico, il “Rifiuto che presenta o può presentare rischi immediati o differiti per uno o più comparti ambientali”, si basano in maniera estesa sulla normativa relativa alla classificazione delle sostanze e miscele pericolose (regolamentazione CLP).

Come approccio standard di classificazione dei rifiuti contenenti sostanze ecotossiche, il regolamento individua il metodo convenzionale delle sommatorie da applicarsi alle concentrazioni delle sostane pericolose presenti; tuttavia, ai fini della valutazione della pericolosità si può anche ricorrere ai metodi di prova individuati dal regolamento 2008/440/CE da condursi direttamente sul rifiuto.

La normativa europea sottolinea però sul tema la prevalenza dei test rispetto al metodo convenzionale, nel senso che, qualora i due approcci diano un diverso risultato, l’esito dei metodi di prova prevale su quello del metodo convenzionale.

Per cercare di dare un contributo in termini di chiarezza, considerando le difficoltà e la complessità del Regolamento, ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha predisposto e pubblicato in data 8 agosto 2018, una nota metodologica a supporto di tutti gli operatori affinché risulti chiaro il percorso da seguire per arrivare alla determinazione delle caratteristiche di ecotossicità di un rifiuto.

Fonte Enrico Cappella (LinkedIn)

17 Ottobre 2018

La marcia senza fine per dire addio al nucleare

La marcia senza fine per dire addio al nucleare

Eventi

È finita nel dimenticatoio, sepolta da ritardi e calcoli elettorali. Ha una sigla che quasi nessuno ricorda, Cnapi. Eppure è la vera uscita definitiva dall’era nucleare, la grande opera che potrà finalmente chiudere le centrali dismesse e i depositi ad alto rischio sparsi in tutta Italia.

Cnapi è l’acronimo di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, ed indica l’elenco dei siti ritenuti sicuri per realizzare il deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi. Un’opera che vale complessivamente un miliardo e mezzo di euro. Strategicamente, delicata e, al momento, ultrasegreta.

Quella carta – arrivata mesi fa ai due ministeri competenti, l’Ambiente e lo Sviluppo economico – è al momento classificata. È parte di un lungo processo iniziato quattro anni fa, che dovrà portare a una discussione nazionale pubblica per decidere dove realizzare il deposito, destinato ad accogliere in sicurezza le scorie prodotte dallo smantellamento delle centrali nucleari e da quelle attività che producono rifiuti radioattivi.

Al momento ci sono 14 siti sparsi da Nord a Sud che contengono fusti con sostanze radioattive. Non sempre sicuri, come è il caso di Statte, in provincia di Taranto, dove 16 mila contenitori sono rimasti per anni in un capannone abbandonato, fino all’intervento deciso della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura.

Da circa un anno sta operando per liberare quella struttura ma senza un deposito nazionale il problema è solo rinviato.

L’iter per l’approvazione della carta è complesso. La fase preliminare, esclusivamente tecnica, prevede la riservatezza assoluta delle informazioni. Il primo passaggio si è concluso il 2 gennaio 2015, quando Sogin ha inviato a Ispra la carta dei siti potenzialmente idonei. Il 13 marzo 2015 l’agenzia ambientale nazionale ha concluso la fase di validazione dei dati, consegnando tutti i report ai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico.

Dopo aver ricevuto la proposta di Cnapi, il governo di allora chiese di effettuare ulteriori approfondimenti. In poco tempo l’Ispra risponde, e il 20 luglio 2015 invia di nuovo la carta aggiornata.

Nulla Accade per due anni e mezzo. I due ministeri avrebbero dovuto procedere alla pubblicazione, la Sogin era pronta ad avviare la fase successiva, arrivano poi il referendum costituzionale e, nel 2016, le elezioni ammnistrative. Meglio non far uscire quella mappa, meglio evitare contestazioni.

Lo scorso gennaio è la stessa Sogin a inviare una proposta di aggiornamento, che Ispra risolve rapidamente. Il 29 marzo scorso la carta arriva, per la terza volta al Mise e all’Ambiente. Il ministro Calenda decide di lasciare la decisione di pubblicare la carta al governo successivo. L’epopea della carta non finisce qui.

Lo scorso maggio Sogin comunica che la carta sismologica italiana era stata rivista e chiede ad Ispra un ulteriore aggiornamento. L’agenzia ambientale a sua volta decide di interpellare i due ministeri di riferimento, visto che l’ulteriore modifica non era prevista nella legge che regola il processo di individuazione del deposito azionale e che in ogni caso, i cambiamenti potevano essere effettuati anche dopo la pubblicazione. A quella richiesta fino ad ora – spiegano fonti Ispira – ha risposto solo il ministero guidato dal generale Costa ma non il ministero dello Sviluppo economico.

Una spada di Damocle pende sull’Italia. Il combustibile nucleare delle centrali in via di dismissione, proprio per l’assenza di un deposito nazionale in grado di garantire la sicurezza, è stato inviato negli anni scorsi in Francia e Inghilterra. L’accordo però, è a tempo e il rientro è previsto tra il 2020 e il 2025, come aveva ricordato l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, durante le sue due audizioni in parlamento nel 2016 e nel 2017. Per realizzare il deposito serviranno circa 5 anni da quando verrà avviata la complessa procedura di consultazione pubblica. E il punto zero sarà la data di pubblicazione della Cnapi. Dal primo elenco di siti “potenzialmente idonei”, dopo una prima fase di discussione con le comunità locali, uscirà una short list. Solo successivamente le amministrazioni coinvolte potranno presentare una manifestazione d’interesse.

Fonte Il Fatto Italia (Andrea Palladino)

10 Ottobre 2018

Chimica e salute

Chimica e salute

Eventi

La Direttiva Seveso obbliga le aziende a dotarsi di adeguati sistemi di gestione e di procedure operative per ridurre al minimo i rischi. Quelle più grandi sono soggette anche all’Autorizzazione integrata ambientale.

In Italia si contano circa 2.800 industrie chimiche e il valore della loro produzione si aggira intorno a 52 miliardi di euro (dati relativi al 2016). Siamo il terzo produttore europeo, dopo Germania e Francia (fonte Federchimica).

Questi dati non devono farci temere, perché la moderna industria chimica produce nel rispetto di numerosi strumenti legislativi che tutelano in particolare la sicurezza ambientale e la nostra salute.

In passato non è stato sempre così, e proprio la nostra regione è stata scenario di uno dei più pericolosi incidenti causati da un’azienda chimica: il disastro di Seveso del 10 luglio 1976.

Negli ultimi decenni, tuttavia, si sono compiuti passi da gigante e gli ambiti su cui gli strumenti legislativi insistono sono tre: sicurezza e salute di chi lavora e vive nelle vicinanze di un’industria chimica, ambiente e sicurezza del prodotto.

Dopo l’incidente di Seveso, l’Unione Europea, pensò ad una direttiva per regolamentare le attività produttive nelle quali si utilizzano sostanze che potrebbero causare incidenti gravi. La “Direttiva Seveso”, alla sua terza versione e recepita dall’Italia nel 2015, obbliga le aziende a dotarsi di un adeguato “Sistema di gestione della sicurezza” e di adeguate procedure operative.

Sono obbligatori investimenti nella formazione in materia di sicurezza, l’organizzare una squadra di emergenza che metta in atto un primo intervento in caso di incidente e un piano di emergenza esterno condiviso con la Prefettura e divulgato alla cittadinanza.

Le grandi aziende chimiche sono soggette anche all’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). A rilasciarla sono le Regioni, che puntano a una produzione più sostenibile. Per ogni sostanza emessa, o in atmosfera o nelle acque reflue, e che può avere un impatto ambientale significativo, è fissata una soglia limite.

Sotto controllo è anche la gestione dei rifiuti prodotti, che a seconda delle tipologie devono essere correttamente stoccati e smaltiti.

Il Reach è l’ultima normativa europea in tema di sicurezza di prodotto. Impone che tutte le sostanze realizzate o importate nella Ue e utilizzate nei più svariati campi, dal settore automotive ai fertilizzanti, siano soggette ad una valutazione da parte dell’Agenzia europea della chimica. In caso di informazioni incomplete riguardo la loro pericolosità, l’agenzia può richiedere studi tossicologici, per tutelare la nostra salute e la salvaguardia dell’ambiente. Sostanze ritenute pericolose sono soggette a limitazioni o a sostituzioni.

Una delle sfide per il futuro dell’industria chimica sarà proprio quella di produrre in modo sostenibile prodotti sempre più sicuri e rispettosi dell’ambiente e di comunicare adeguatamente i propri sforzi in questa direzione.

Fonte Eco Bergamo

03 Ottobre 2018

Clima e gas serra, com’è facile imbrogliare

Clima e gas serra, com’è facile imbrogliare

Eventi

In Asia riprede la produzione del bandito Cfc-11

Qualcuno sta giocando con il Protocollo di Montreal. Firmato nel 1987, il trattato internazionale ha bandito l’uso dei clorofluorocarburi che danneggiano lo strato di ozono, il nostro scudo collettivo contro la radiazione ultravioletta del Sole. Siccome è riuscito nel suo obiettivo, Montreal è diventato un simbolo, prova vivente che il multilateralismo funziona.

Un gruppo di scienziati ha rivelato che una delle molecole bandite, nota come Cfc-11, che in teoria dovrebbe essere quasi sparita dall’atmosfera, è invece risultata in aumento per la prima volta dopo il Protocollo.

Evidentemente, c’è qualcuno che ha avviato qualche attività industriale di produzione e impiego del clorofluorocarburo proibito. Il dito dei ricercatori è genericamente puntato sull’Asia.

Se l’orbe terracqueo è grande, immaginate l’atmosfera: anche solo fermandosi alla fine della stratosfera, dove si trova l’ozono che ci difende, cinquanta chilometri sopra di noi. Per di più è una sola, senza confini, dogane o barriere. Al che sorge spontanea una domanda: quanto è facile aggirare gli accordi internazionali a tutela del pianeta? Quando conviene imbrogliare sulle emissioni proibite?

È una domanda cruciale perché l’altro grande protocollo multilaterale esistente, l’Accordo sul clima raggiunto a Parigi nel 2015 dopo un negoziato di quasi vent’anni, è interamente basato sulla fiducia.

Ogni Paese ha già stabilito il proprio contributo volontario per il taglio delle emissioni di anidride carbonica e altri gas con effetto serra, e dal 2020 dovrà metterlo gradualmente in pratica. Non solo i contributi sono volontari, ma non sono neppure sanzionabili sotto la legislazione internazionale.

Trump chiede di modificare un trattato che prescrive misure volontarie, non sanzionabili e il difficilmente verificabili.

Se l’articolo 13 dell’Accordo di Parigi parla di (future) strutture per il monitoring reporting and verification delle emissioni nazionali, in realtà non è noto come saranno condotte queste verifiche.

In passato, frodi e furbizie hanno già costellato il cammino dell’umanità verso un mondo “pulito”. Imprese industriali e finanziarie, ma anche hackers e interi Stati, hanno qua e là approfittato del mercato europeo delle emissioni, con giochetti da decine o centinaia di milioni di euro. È anche successo che alcuni scienziati abbiano giocato al rialzo con i dati della climatologia. Ma è assai più consolidato il gioco contrario della disinformazione sui rischi del cambiamento climatico, profumatamente finanziato dalle lobby del fossile.

Il protocollo di Montreal doveva rispondere all’impellente emergenza-ozono, sostituendo l’uso di molecole dannose per fini industriali limitati con altre molecole già disponibili. L’Accordo di Parigi deve rispondere a un’altra emergenza a più lungo termine, rimpiazzando l’intero sistema energetico dominante, i combustibili fossili, con soluzioni meno pratiche e ben più costose.

Fonte La Stampa Tutto Green (Marco Magrini)

 

26 Settembre 2018

L’Europa e la sfida per la plastica circolare

L’Europa e la sfida per la plastica circolare

Eventi

Lo spreco alimentare ha fatto aumentare gli imballaggi e crescere la domanda di materie plastiche

Bruxelles lancia la Plastic Strategy: entro il 2040 riciclare il 70 per cento dei rifiuti

In Italia nasce un tavolo comune Conai, Corepla, Ispra, Enea, Legambiente e Federazione Gomme

Il mango in un supermercato italiano è venduto senza imballaggio. Lo stesso frutto, in un’altra notissima catena di distribuzione, è invece messo dentro una scatola di plastica. La questione non è di poco conto: in un pianeta sempre più inquinato, il packaging rappresenta il settore che la utilizza di più. In Europa con il 39,9%, è il principale mercato delle materie termoplastiche, seguito dall’edilizia con il 20% e dal comparto automotive il 10%.

La domanda di materie plastiche in Unione Europea è di circa 49 milioni di tonnellate all’anno (fonte Commissione Europea) e oggi si riciclano solo 2-3 milioni di tonnellate. In base a “Unwrapped”, l’ultimo rapporto di Friend of Earth Europe e Zero Waste Europe, lo spreco alimentare ha fatto aumentare gli imballaggi di plastica.

Ma dove va a finire? Secondo Plastics Europe, l’associazione dei produttori di materie plastiche, nel 2016 su oltre 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolti, solo il 31% è stato riciclato. Della restante quantità, il 41,6% è stato avviato al recupero energetico e il 27,3% è finito in discarica. C’è, però anche un dato positivo: per la priva volta in Europa sono più i rifiuti di plastica riciclati rispetto a quanti ne sono stati portati in discarica.

“La Commissione – ha dichiarato il Commissario europeo per il Mercato interno e l’Industria - intende far arrivare la UE a 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata riciclate entro il 2025”.

Per raggiungere l’obiettivo, il 16 gennaio scorso Bruxelles ha lanciato la Plastic Strategy, intesa a proteggere l’ambiente dall’inquinamento da plastica e guidare le imprese nella transazione verso il modo in cui i prodotti sono progettati, realizzati, utilizzati e riciclati.

“Ritirare dal mercato le applicazioni usa e getta per le quali esiste un’alternativa sostenibile è fondamentale per garantire un uso responsabile della plastica e ci aspettiamo che la lista dei prodotti sia rivista e ampliata in tempi rapidi, oltre ai primi 10 prodotti individuati dalla Commissione”.

La Plastic Strategy è sotto i riflettori delle Ong ambientaliste, ma anche dell’industria della plastica europea che il 25 maggio si è riunita a Milano in occasione dell’evento “A circular future with plastics” al quale è intervenuto anche il Commissario europeo per il Mercato interno e l’Industria, la polacca Elzbieta Bienkowska. “Dai nuovi obiettivi della Plastic Strategy alla Direttiva sugli articoli monouso, dalla proposta di una tassa europea all’inquinamento dei mari, lo scenario del settore risente di una generale percezione negativa e di un quadro legislativo incerto”, sostiene Luca Iazzolino, presidente di Union Plast che rappresenta le aziende italiane del settore. “Eppure va ricordato che se la plastica è un problema ecologico, è anche un bene perché permette di trasportare in modo sicuro per la salute dei consumatori cibi e bevande dai luoghi di coltivazione e produzione fino alle nostre tavole”.

Coniugare la riduzione dell’impatto ambientale dei prodotti in plastica con innovazione, mercato e occupazione è la sfida dell’industria europea. Un settore che nella UE dà lavoro a 1 milione e 600mila addetti.

 

Fonte Buone Notizie (Fausta Chiesa)

19 Settembre 2018

È caos per l’uso dei fanghi nei campi Si avvicina la paralisi dei depuratori

È caos per l’uso dei fanghi nei campi Si avvicina la paralisi dei depuratori

Eventi

La sentenza del Tar della Lombardia mette alle strette il settore

Ciò che inquina i nostri mari, che avvelena i pesci, che contamina le spiagge e che intossica le acque è il grande nemico numero uno, l’inquinamento delle fogne non depurate, dei liquami rovesciati a tonnellate - al - secondo nelle acque.

Secondo la Goletta Verde della Legambiente è inquinata la metà (il 48%) delle acque a rischio. Una sentenza del Tar Lombardia sta fermando l’attività di quei depuratori che funzionano e rischia di far aumentare la quantità di schifezze portate nel mare dai fiumi.

Cominciata il 22 giugno in Liguria, è finita il 13 agosto a Trieste la campagna estiva della Goletta Verde della Legambiente. Appena il 52% delle 261 acque prelevate in aree a rischio, come foci e porti, è nei limiti di legge; il 48% è “fortemente inquinato” (39%) e “inquinato” (9%) per la maladepurazione.

Spenti, rotti, gestiti male, progettati male, incompleti o troppo spesso inesistenti: i depuratori mancano soprattutto in quel Mezzogiorno che dice di voler puntare sul turismo.

Non a caso l’Unione europea in giugno ha emesso due condanne e avviato una terza procedura d’infrazione contro l’Italia che depura troppo poco. E là dove depura, come in Lombardia, in Toscana o in Emilia-Romagna, l’Italia sta facendo fermare gli impianti di depurazione.

Una sentenza del Tar della Lombardia (terza sezione, presidente Ugo Di Benedetto, pubblicata il 20 luglio) ha accolto le opposizioni “nimby” di 51 Comuni lombardi e sta paralizzando il riutilizzo dei fanghi prodotti dai depuratori come concime per fertilizzare i campi.

Più si “filtra” l’acqua sporca delle fogne e dei fiumi, più pulita è l’acqua che scorre verso il mare, e maggiore è la quantità di residui fermati dal depuratore. Il letame filtrato e bloccato viene abitualmente usato come concime nei terreni coltivati. Ma il Tar Lombardia ha detto che il letame prodotto dai depuratori per poter essere riutilizzato nei campi va considerato non come fertilizzante (il cui contenuto di nutrienti è alto) bensì come terreno contaminato (che non deve contenere composti) e così i giudici hanno abbassato di 200 volte il limite dei composti di carbonio e idrogeno.

Ciò sta paralizzando l’attività dei depuratori in tutta Italia perché, se non riutilizzato come concime, il letame che i depuratori tolgono dalle acque sporche va gettato nelle discariche che l’Europa dice di chiudere oppure deve essere bruciato negli inceneritori. I prezzi dello smaltimento ancora una volta salgono e il rincaro subito dai bilanci dei depuratori sarà pagato dai cittadini attraverso le tariffe dell’acqua.

Si stima che in Italia i depuratori producano 5 milioni di tonnellate di letame, di cui quasi 1 milione di tonnellate usato in Lombardia, soprattutto nelle province di Pavia e Lodi. Senza destinazione in Lombardia circa 3mila tonnellate di letame a settimana, mentre in Toscana il presidente della Regione Enrico Rossi, per salvare dai liquami le acque dell’Arno e del Tirreno ha dovuto emanare un’ordinanza urgente.

Fonte Il 24 Ore (Jacopo Giliberto) 

12 Settembre 2018

Una seconda vita ai rifiuti: scatta l’obbligo in Europa

Una seconda vita ai rifiuti: scatta l’obbligo in Europa

Eventi

Con l’approvazione del pacchetto dell’economia circolare tutti i paesi continentali dovranno raggiungere entro il 2035, nuove percentuali di riciclo dei materiali.

Lo scorso aprile è stato approvato dal Parlamento europeo il Pacchetto sull’Economia Circolare, risultato arrivato dopo anni di attesa e salutato da molti come epocale perché percepito come il punto di svolta verso un nuovo modello economico orientato alla riduzione dei rifiuti, al riciclo e all’utilizzo delle energie rinnovabili; un modello sostenibile, dunque, ritenuto capace al contempo di tagliare i costi produttivi, aumentare la competitività, stimolare l’innovazione, favorendo la creazione di nuove professionalità.

Il pacchetto europeo fissa tutta una serie di obiettivi che i Paesi dell’Unione si impegneranno a raggiungere nei prossimi 17 anni (con target intermedi), e relativi alla gestione di rifiuti organici e non, discariche, imballaggi, veicoli a fine vita, pile e accumulatori esausti e RAEE.

Rappresenta la premessa per un vero e proprio cambiamento paradigmatico che prevede l’affermarsi del modello di economia circolare su quello lineare attualmente prevalente e basato sull’assioma “prendi, produci, getta”.

Le dinamiche proprie di un sistema di economia lineare infatti prevedono l’accesso a grandi quantità di risorse finalizzato unicamente alla massimizzazione dei profitti ottenuta tramite la riduzione dei costi di produzione.

Cosa prevede invece il passaggio a un’economia circolare? La revisione dell’intera filiera produttiva nell’ottica di innescare un meccanismo virtuoso basato sull’auto rigenerazione dei prodotti e delle energie in un sistema per l’appunto circolare.

Questo significa ad esempio progettare prodotti pensando già al loro impiego a fine vita; affidarsi ad energie rinnovabili e favorire la sostituzione delle materie prime vergini con quelle provenienti da filiere di recupero.

Ma quali sono gli obiettivi fissati dal pacchetto? Raggiungere il 65% di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani al 2035; del 70% degli imballaggi al 2030; mentre per le discariche il target è fissato al 10% entro il 2035.

Dal 2023 inoltre sarà obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti organici da avviare al compostaggio ed è previsto un dimezzamento entro il 2030 degli sprechi alimentari.

 

LA SITUAZIONE ITALIANA

Il nostro Paese ha già adottato da tempo dinamiche proprio dell’economia circolare, in anticipo sulle normative stesse. Dati Eurostat mostrano infatti come l’Italia sia ai primi posti in Europa in quanto a recupero di materia prima nel sistema produttivo: il 18,5% (in Germania il 10,7%) in buona posizione anche riguardo consumo di materiale e riciclo industriale.

Fonte Economy (Gilda Ciaruffoli)

29 Agosto 2018

Ai ritmi attuali, si va verso un aumento di 3-4 gradi delle temperature medie mondiali entro 2100

Ai ritmi attuali, si va verso un aumento di 3-4 gradi delle temperature medie mondiali entro 2100

Eventi

Noi siamo come il Vil Coyote. Ve lo ricordate il Vil Coyote, il personaggio dei cartoni animati? Inventava macchinari per catturare l’imprendibile Bip Bip, che correva così veloce che riusciva a passare tra uno strapiombo e l’altro.

Vil Coyote l’inseguiva ma restava bloccato nel vuoto sopra un burrone. Ma non cadeva subito, rimaneva sospeso a mezz’aria finché si rendeva conto che sotto di lui non c’era nulla.

Solo allora finiva nel precipizio. Noi rischiamo di trovarci nella stessa situazione: sospesi nel vuoto sopra un burrone, ma non ancora caduti perché non ci siamo ancora resi conto della realtà.

Abbiamo due possibilità: fermarci prima di cadere oppure superare il burrone di slancio. L’atteggiamento peggiore è fare finta di niente e pensare che le cose si aggiustino da sole.

I sei punti

È purtroppo vero che tutti gli indicatori ambientali hanno davanti il segno negativo. Il progresso tecnologico, come è avvenuto altre volte proprio in tempi difficili, può inventare qualcosa di miracoloso per invertire di 180 gradi un percorso che al momento non appare favorevole.

Secondo Tim Lenton, dell’Università di Exeter, e Valerie Liviana, del Laboratorio nazionale di fisica del Regno Unito, ci sono “sei punti di non ritorno” legati all’innalzamento della temperatura.

Il primo di questi sei punti è già stato raggiunto una decina di anni fa, quando l’aumento di temperatura globale rispetto al livello pre-industriale ha toccato quota +0,76 gradi (oggi è di +1 °C): da quel momento banchisa artica è entrata in uno stato di minore stabilità.

L’Accordo sul clima, faticosamente raggiunto a Parigi nel dicembre 2015 e dal quale gli Stati Uniti di Trump hanno annunciato l’uscita (unica nazione insieme alla Siria, la quale però non ha firmato), indica in 2 gradi il limite di temperatura da non superare entro la fine di questo secolo, con l’auspicio di non oltrepassare 1,5 gradi.

I dati in nostro possesso dimostrano che ai ritmi attuali, si sta procedendo verso un aumento di 3-4 gradi delle temperature medie mondiali entro il 2100.

Il 27 ottobre 2015 il Joint Research Centre della Commissione europea ha chiarito che senza un forte supporto finanziario internazionale i meccanismi di mitigazione delle emissioni assunti a Parigi faranno in realtà aumentare nel 2030 e emissioni globali del 17% rispetto al livello del 2010.

Il messaggio: agire subito, con risorse adeguate e mettere in campo le migliori menti. E qui si aprono grandi spazi proprio per le generazioni più giovani, che da un periodo critico possono trovare nuovi campi di impiego in settori nemmeno immaginati fino a pochi anni fa.

Chi avrebbe pensato che un mercato in rapido sviluppo e dalle grandi prospettive fosse quello della raccolta e del riciclaggio dei rifiuti? Un esempio viene dalla plastica (uno dei marker dell’inizio dell’Antropocene), la cui raccolta e il riciclo diventano determinanti per non restare soffocati da un materiale dalle proprietà straordinarie.

Nelle acque dell’Artico sono state trovate 12 mila mircroparticelle per litro. Secondo una stima Onu del 2012 in ogni chilometro quadrato di mare galleggiano 46 mila pezzi di plastica, nel Mediterraneo in uno studio del 2016 si arriva a concentrazioni di 10 chili di plastica a chilometro quadrato.

Strumenti per operare, ci sono. È stato dimostrato che agire insieme per un obiettivo chiaro sotto una minaccia globale produce risultati consistenti.

L’esempio è il Protocollo di Montreal, firmato alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso e ratificato da 197 nazioni, per la fine dell’impiego dei gas che distruggono lo strato di ozono stratosferico e che hanno provocato il cosiddetto buco dell’ozono prima sull’Antartide e poi anche al Polo Nord.

L’ozono nella stratosfera blocca l’azione dannosa dei raggi ultravioletti solari, che danneggiano il Dna delle cellule e possono causare tumori. A distanza di quasi 30 anni il buco dell’ozono antartico si sta riducendo, pur se la lotta non è ancora finita perché gli effetti nocivi di queste sostanze hanno un periodo d’azione che si valuta in decenni.

La tecnologia ci viene in soccorso. Da una parte è quella che ci ha portato a questo punto critico, dall’altra però è il grimaldello grazie al quale possiamo scardinare la tendenza negativa.

Serve un cambio di comportamenti  e scelte individuali, che già nelle generazioni più giovani sono date per acquisite. Scelte che diventeranno sostenibili proprio grazie all’innovazione tecnologica.

Fonte Corriere della Sera (Paolo Virtuani) 

22 Agosto 2018

Le Sfide politiche per salvare la Terra

Le Sfide politiche per salvare la Terra

Eventi

Cinque sfide politiche per lo sviluppo

Nel settembre 2015, con l’adozione dell’Agenda 2030 e dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable development goals, Sdg) il mondo ha messo lo sviluppo sostenibile al centro della cooperazione economica globale. Poche settimane dopo è stato negoziato l’Accordo di Parigi sul clima. Per quanto ignorati (gli Sdg) o disdegnati (l’Accordo sul clima di Parigi) dall’amministrazione Trump, i due eventi incarnano un programma condiviso a livello globale.

Gli Sdg aspirano a una società più equilibrata, dove la crescita economica si accompagni a politiche volte a garantire che la crescita stessa sia ampiamente condivisa ed ecologicamente sostenibile.

Gli Sdg sono descritti come la “triplice bottom line” degli obiettivi economici, sociali e ambientali.

Per conseguire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Accordo di Parigi sul clima, cinque grandi sfide devono entrare nelle priorità di ogni governo del mondo.

  1. Garantire salute e istruzione di qualità, per tutti, specialmente per bambini, le cui vite saranno modellate in tutto e per tutto dalla qualità delle cure sanitarie, dell’alimentazione e dell’istruzione che offriamo loro negli anni di formazione.
  2. Fare un uso sostenibile del suolo. Viaggiando per conto dell’Onu vedo crisi ovunque.
  3. Lavori e infrastrutture dignitose per tutti. L’Sdg 1 mira a porre fine alla povertà estrema. L’Sdg 8 a garantire un lavoro dignitoso a tutti.
  4. De carbonizzare il sistema energetico mondiale. Il passaggio a tecnologie prive di emissioni è una delle condizioni sine qua non per la sicurezza climatica. Entro il 2050 dovremo ridurre a zero le emissioni, per mantenere il riscaldamento globale sotto le soglie di sicurezza stabilite dall’Accordo di Parigi sul clima. Per riuscirci, dovremo guidare veicoli elettrici, piuttosto che automobili con i motori a combustione interna. Dovremo usare l’energia eolica, solare, idroelettrica, geotermica e altre fonti a emissioni nulle, piuttosto che il carbone, il petrolio e il gas naturale. Dovremo riscaldare i nostri edifici con le pompe di calore, anziché scaldabagni e caldaie. Il tempo è pochissimo.
  5. Una buona governance, il che significa onestà, stato di diritto, correttezza, competenza e trasparenza nel gestire le nostre politiche.

Fonte: Il Sole 24 Ore (Jeffrey D.Sachs)

14 Agosto 2018

Tre paletti per il riutilizzo del conglomerato bituminoso

Tre paletti per il riutilizzo del conglomerato bituminoso

Eventi

Sono entrate in vigore le norme tecniche sulla cessazione della qualifica di rifiuto (end of waste) del conglomerato bituminoso, cioè del rifiuto costituito dalla miscela di inerti e leganti bituminosi (Cer 170302) proveniente da operazioni di fresatura a freddo degli strati di pavimentazione realizzate in conglomerato bituminoso e dalla demolizione delle medesime (fresato d’asfalto). Le nuove norme sono oggetto del Dm 28 marzo 2018, n.69.

Il nuovo decreto è stato adottato dal ministero dell’Ambiente in attuazione dell’articolo 184-ter del Codice ambiente che, con sei articoli e due allegati, individua i criteri specifici affinché il conglomerato bituminoso dismetta la sua qualifica di rifiuto. Tale trasformazione avviene quando il conglomerato:

  • È utilizzabile per gli scopi specifici indicati nell’allegato I, parte a (ad esempio, produzione di aggregati per materiali non legati e legati con leganti idraulici per l’impiego nella costruzione di strade);
  • Risponde agli standard previsti dalle norme Uni En 13108-8 (serie da 1-7) o Uni En 13242 in funzione dello scopo specifico previsto;
  • Risulta conforme alle specifiche di cui alla parte b dell’allegato 1 (ad esempio, presenza di materie estranee: max 1% in massa).

Il rispetto di questi criteri è attestato dal produttore tramite una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà redatta al termine del processo produttivo di ciascun lotto. Questa va inviata all’autorità competente e all’Arpa e va conservata per cinque anni insieme a un campione di granulato.

Da questa conservazione sono esentate le imprese registrate Emas o certificate Iso 14001. I produttori di granulato aggiornano le comunicazioni di recupero in procedura semplificata o presentano istanza di aggiornamento delle autorizzazioni entro il 31 ottobre 2018. Nelle more dell’adeguamento, il granulato può essere utilizzato se presenta caratteristiche conformi ai nuovi criteri.

Si tratta del secondo provvedimento nazionale in materia di End of waste, dopo il decreto sul Css (Combustibile solido secondario, Dm 22/2013). L’orizzonte si completa con i regolamenti europei su: rottami di ferro, acciaio e alluminio; rottami vetrosi e rottami di rame. L’auspicio è che decreti e regolamenti vengano emanati velocemente. Tuttavia, occorre realismo, perché lo scenario di un’economia avanzata non può immaginare di essere capillarmente disciplinato da specifici provvedimenti.

Pertanto, sarà necessario che le Regioni si adoperino, in omaggio a quanto previsto dalla nuova direttiva rifiuti (2018/851), in vigore dal 4 luglio, autorizzando il “caso per caso”. Fino al recepimento della direttiva, però, sarà necessario che intervenga un provvedimento che ponga argine alle conclusioni della sentenza del 28 febbraio 2018 del Consiglio di Stato, secondo la quale le Regioni sono sfornite di poteri.

 

Fonte Il Sole 24 Ore / Paola Ficco

08 Agosto 2018

Filiera del riciclo bloccata, non si sa dove collocare i rifiuti

Filiera del riciclo bloccata, non si sa dove collocare i rifiuti

Eventi

“Rischia di bloccarsi la catena del riciclo di plastica, carta, materiali inerti in qualità di aggregati riciclati e vari materiali di scarto provenienti dalle imprese”. È il grido d’allarme del consorzio faentino Astra, uno dei leader regionali del settore con 24 impianti di recupero, stoccaggio e smaltimento.

Da inizio anno c’è un problema crescente e ormai critico nella gestione dei rifiuti speciali, ovvero quelli prodotti dalle aziende.

I magazzini sono pieni: termovalorizzatori e discariche faticano ad accogliere la quantità di rifiuti speciali non recuperabili.

Gli impianti e la Cina

Il problema ha diverse facce. Da un lato c’è la riduzione degli impianti di destinazione e l’aumento di rifiuti causato dalla ripresa economica. Dall’altro la Cina e i paesi esteri che prima assorbivano gran parte dei materiali di recupero hanno fermato le importazioni. L’Italia, infatti, esporta un’enorme parte dei rifiuti trattati.

A quel punto il materiale ipoteticamente recuperabile che non può essere collocato sul mercato, non può che finire incenerito o in discarica.

Il problema non riguarda solo la plastica, ma anche la carta da macero. Il prezzo è sceso sotto la soglia di sostenibilità, al punto da non rendere economicamente sostenibili le operazioni di trattamento e trasporto alle cartiere.

Le proposte

“Prima di tutto serve un utilizzo più efficiente e maggiormente relazionato al mercato degli impianti finali presenti in regione, come termovalorizzatori e discariche. Va resa certa la possibilità di accesso agli impianti dei rifiuti speciali che residuano dalle operazioni di recupero.

Occorre poi incentivare la filiera del recupero dei materiali inerti, rendendo obbligatorio l’utilizzo nella realizzazione di opere pubbliche di infrastrutturazione dei materiali provenienti dal recupero”.

Il tema “è scomodo, ma non più rinviabile: a oggi sono completamente assenti nuove previsioni di apertura nel territorio regionale, di termovalorizzatori e di discariche per rifiuti speciali atti a completare il principio di autosufficienza e di prossimità”.

 

Fonte Corriere di Ravenna 

01 Agosto 2018

L’Ue stringe le maglie sui rifiuti pericolosi

L’Ue stringe le maglie sui rifiuti pericolosi

Eventi

Cambiano le regole europee per la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose.

Gli stati membri dell’Unione dovranno ora adottare misure, intese a promuovere la demolizione selettiva per consentire la rimozione il trattamento sicuro delle medesime sostanze.

È quanto prevede una direttiva, la n.2018/851/Ue pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea L 150/109 del 14 giugno scorso, che interviene a modificare un’altra normativa: la direttiva 2008/98/Ce.

Col nuovo dispositivo, la commissione europea cerca di rafforzare il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti, per passare il più possibile a una economia di tipo circolare.

Occorrerà quindi verificare la portata complessiva delle nuove disposizioni comunitarie. E in che modo queste misure saranno recepite nell’ordinamento italiano, a cui è stato dato termine, assieme agli altri stati membri, per il 5 luglio 2020.

La Commissione monitorerà, poi l’evoluzione dei criteri nazionali per la cessazione della qualifica di rifiuto negli stati membri. E valuterà la necessità di sviluppare, a livello Ue, criteri su questa base.

Bruxelles adotterà atti di esecuzione, per stabilire criteri dettagliati sull’applicazione uniforme delle condizioni di cui al paragrafo 1 della direttiva 2018/851/Ue, a determinati tipi di rifiuti.

Questi criteri dettagliati dovranno garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente e della salute umana. E serviranno ad agevolare l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali.

In sostanza, includono:

  • Materiali di rifiuto in entrata ammissibili ai fini dell’operazione di recupero;
  • Processi e tecniche di trattamenti consentiti;
  • Criteri di qualità per i materiali di cui è cessata la qualifica di rifiuto, ottenuti dall’operazione di recupero in linea con le norme di prodotto applicabili, compresi i valori limite per le sostanze inquinanti, se necessario;
  • Requisiti affinché i sistemi di gestione dimostrino rispetto dei criteri relativi alla cessazione della qualifica di rifiuto, compresi il controllo della qualità, l’automonitoraggio e l’accreditamento, se nel caso;
  • Un requisito relativo alla dichiarazione di conformità.

                                                                                     

Fonte Italia Oggi

25 Luglio 2018

L’Economia circolare dei rifiuti speciali: La Lombardia è il primo produttore

L’Economia circolare dei rifiuti speciali: La Lombardia è il primo produttore

Eventi

Rifiuti industriali: l’Italia produce 135,1 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti speciali, con una crescita del 2% (dati 2016) secondo il Rapporto 2018 di Ispra. La maggior parte di questi scarti prodotti dalle attività economiche e lavorative sono calcinacci dell’edilizia; inoltre la maggior parte dei rifiuti speciali viene riutilizzata in nuovi processi produttivi, creando un caso virtuoso di economia circolare.

Il riutilizzo va migliorato e reso più competitivo soprattutto nel confronto con gli altri Paesi europei, con i quali scambiamo troppa immondizia: ne piazziamo tantissima all’estero, soprattutto ceneri di centrali elettriche e di inceneritori e amianto.

Cresce di oltre 2,1 milioni di tonnellate la produzione totale di rifiuti speciali non pericolosi (+1,7%). Sebbene con numeri assai più piccoli, aumentano di più i rifiuti pericolosi, che nel 2016 hanno fatto registrare un incremento del 5,6% corrispondente in termini quantitativi a quasi 512 mila tonnellate. Il maggior contributo alla produzione complessiva dei rifiuti speciali è dato dal settore costruzioni e demolizioni, che con oltre 54,8 milioni di tonnellate concorre al 40,6% del totale dei rifiuti speciali prodotti.

Un altro settore che produce grandi quantità di rifiuti speciali è il settore del trattamento rifiuti: dopo la selezione e il recupero dei materiali riutilizzabili, ciò che rimane sono rifiuti speciali, i quali contribuiscono per il 27,2% (36,7 milioni di tonnellate) del comparto dei rifiuti speciali. Il 20,7% è rappresentata dall’insieme delle attività manifatturiere (quasi 28 milioni di tonnellate).

Per quanto riguarda i rifiuti non pericolosi, che sono il 93% di tutti i rifiuti speciali, secondo i dati Ispra la maggior quantità arriva dal settore delle costruzioni e demolizioni (43,4% del totale prodotto, corrispondente a quasi 54,4 milioni di tonnellate), seguito dalle attività di trattamento di rifiuti e attività di risanamento (26,9%) e da quelle manifatturiere (19,4%).

Il settore manifatturiero produce il 38,3% del totale dei rifiuti speciali pericolosi, corrispondente a quasi 3,7 milioni di tonnellate. Il 30,9% dei pericolosi deriva dalle attività di trattamento rifiuti e attività di risanamento, che generano quasi 3 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi, mentre il 19,8% è attribuibile al settore dei servizi, del commercio e dei trasporti, con 1,9 milioni di tonnellate da veicoli fuori uso. La produzione dei rifiuti speciali si concentra in Alta Italia, con quasi 77,8 milioni di tonnellate (18,7%) e il Mezzogiorno produce oltre 32 milioni di tonnellate (23,7%).

Tra le regioni spiccano la Lombardia (29,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 21,8%), il Veneto (14,6 milioni di tonnellate, 10,8%) e l’Emilia Romagna (13,7 milioni di tonnellate, 10,1%).

Fonte Il Sole 24 Ore (Jacopo Giliberto)

18 Luglio 2018

Nucleare: La centrale galleggiante

Nucleare: La centrale galleggiante

Eventi

Nonostante inverni molto lunghi e freddi, dove la temperatura media si aggira attorno a    -27,5°C, la città di Pevek che si trova oltre il circolo polare artico, è abitata da più di 4.500 abitanti ed è la più a nord della Russia e di tutta l’Asia.

Nata dopo la Seconda Guerra Mondiale la sua economia ha girato attorno all’attività del porto dove arrivano i minerali estratti nella regione di Chukotka.

Negli anni 40 e 50 l’area che circondava la città era punteggiata da diversi gulag, penitenziari dove i prigionieri estraevano soprattutto uranio. Oggi si cava anche stagno, mercurio, oro e carbone.

Negli ultimi anni tuttavia, la redditività di tali giacimenti sta lentamene diminuendo e una dopo l’altra le miniere vengono chiuse.

Ma se sulla terraferma l’attività di tali giacimenti sta lentamente diminuendo e una dopo l’altra le miniere vengono chiuse. Ma se sulla terraferma l’attività mineraria sta calando è in mare che ci sono le nuove aree estrattive: petrolio e gas fanno sempre più gola là dove i ghiacci si fanno sempre meno spessi ed estesi durante l’estate.

In seguito a ciò si prevede che nei prossimi anni la città di Pevek potrebbe aumentare notevolmente la popolazione e dunque avrà bisogno di molta più energia di quella attualmente utilizzata.

Ed è per questa ragione che il governo russo ha deciso di rimorchiare e ancorare al largo della città il primo reattore nucleare galleggiante al mondo, che si chiama Akademik Lomonosov.

La centrale “soddisfa tutti i requisiti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e che non rappresenta alcuna minaccia per l’ambiente”. A sostegno di ciò la Società costruttrice, fa presente che vi sono dozzine di navi a propulsione nucleare che trascorrono tutta la loro vita in mare. Secondo la World Nuclear Association infatti, sono circa 140 le imbarcazioni, soprattutto sottomarini rompighiaccio e portaerei, che si aggirano quotidianamente negli oceani del pianeta.

Va comunque ricordato che incidenti ce ne sono stati e anche gravi. Primo tra tutti quello che avvenne nel 1985 sulla costa dell’Oceano Pacifico della Russia, quando vi fu un’esplosione a bordo di un sottomarino che rilasciò una grande quantità di sostanze radioattive, tant’è che parti del fondale marino sono ancora contaminate e 290 persone che intervennero per limitare i danni furono sottoposte ad elevati livelli di radiazioni.

Entro l’estate del 2019 l’impianto inizierà a fornire 70 MW di energia elettrica alla città portuale e alle piattaforme petrolifere dell’area russa nord orientale.

Nel frattempo verrà chiusa la centrare nucleare di Bilibino, posta sulla terraferma, ormai obsoleta, e la centrale a carbone di Chaunskaya.

Fonte Avvenire (Luigi Bignami)

11 Luglio 2018

La Ue incentiva l’innovazione dei prodotti per ridurre i rifiuti

La Ue incentiva l’innovazione dei prodotti per ridurre i rifiuti

Eventi

Entrano in vigore il 4 luglio le direttive che compongono il “pacchetto economia circolare” voluto da Bruxelles per agevolare la transazione verso un’economia in cui le risorse vengono utilizzate in modo più sostenibile.

Sono quattro i provvedimenti datati 30 maggio 2018 e pubblicati sulla Gazzetta europea del 14 giugno (L150) dedicati all’economia circolare: direttiva 2018/849 che modifica le direttive sui veicoli fuori uso, su pile e accumulatori e relativi rifiuti, sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee); direttiva 2018/850 che modifica la direttiva sulle discariche; direttiva 2018/851 che modifica la direttiva relativa ai rifiuti; direttiva 2018/852 che modifica la direttiva sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio. Il recepimento nazionale è previsto per il 5 luglio 2020.

Il modello dell’economia circolare si basa sulla razionalizzazione del ciclo produttivo, sull’innovazione spinta e sul recupero degli scarti. Secondo la Commissione Ue, nel 2025 il risparmio di materie prime per l’industria europea potrebbe essere di circa 400 miliardi di euro e 12 miliardi di euro per l’Italia.

La direttiva veicoli fuori uso, pile e batterie e Raee (2018/849) si propone di raggiungere questi ambiziosi obiettivi prevedendo che, per i veicoli, gli Stati membri adottino misure necessarie affinché le autorità competenti riconoscano reciprocamente e accettino i certificati di rottamazione emessi in altri Stati membri. Sul fronte pile e accumulatori la nuova direttiva prevede che gli Stati adottino strumenti economici e altre misure per conseguirne gli obiettivi e incentivare l’applicazione della gerarchia dei rifiuti.

Tra le misure si potranno utilizzare quelle previse nel nuovo allegato IV-bis alla direttiva sui rifiuti (ad esempio eliminazione graduale delle sovvenzioni in contrasto con la gerarchia dei rifiuti). Analoga previsione per i Raee.

Sul fronte discariche, la parola d’ordine è disincentivarne l’uso. La direttiva 2018/850 traguarda al 2035 l’obiettivo di collocare in discarica solo il 10% dei rifiuti urbani (ma sono previste deroghe di 5 anni). La direttiva 2018/852 prevede invece che, entro il 31 dicembre 2025, almeno il 65% degli imballaggi in peso deve essere riciclato. Entro e non oltre il 31 dicembre 2025 vanno raggiunti i seguenti obiettivi minimi di riciclaggio in peso: 50% plastica; 25% legno; 70% metalli ferrosi; 50% alluminio; 70% vetro e 75% per carta e cartone.

Per il 2030 gli obiettivi sono ancora più ambiziosi. I risultati di imballaggio avviati a compostaggio devono essere sufficientemente biodegradabili per non ostacolare la raccolta differenziata e il processo di compostaggio. La direttiva 851/2018 sui rifiuti presenta molti aspetti rilevanti tra i quali si segnala che la Commissione Ue individuerà i criteri per i sottoprodotti. Invece, per l’End of Waste (ex Mps EoW) si stabilisce che il materiale EoW deve soddisfare i pertinenti requisiti previsti per le sostanze chimiche e i prodotti collegati.

Fonte Il Sole 24 Ore (Paola Ficco)

04 Luglio 2018

Nuovo patentino per il trasporto di rifiuti ferrosi

Nuovo patentino per il trasporto di rifiuti ferrosi

Eventi

La sottocategoria 4 bis dell’Albo gestori ambientali

Ha debuttato venerdì 15 giugno la sottocategoria 4-bis dell’Albo nazionale gestori ambientali dedicata all’attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi.

La novità era stata prevista l’anno scorso dalla legge sulla concorrenza (articolo 1, comma 124/2017). La disciplina è contenuta nella delibera n.2 del Comitato nazionale dell’Albo del 24 aprile.

È importante ricordare che:

  • L’iscrizione nella sottocategoria 4-bis non consente la contemporanea iscrizione nelle categorie dell’Albo relative al trasporto dei rifiuti;
  • La quantità trasportata annualmente non può superare le 400 tonnellate;
  • Il diritto annuale di iscrizione è pari a 50 euro.

In tal modo, il settore ha una nuova disciplina e i fenomeni di abusivismo legati alla raccolta e trasporto di rifiuti costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi subiranno un calo.

Sono previste procedure semplificate per la raccolta e il trasporto dei rifiuti. Il decreto direttoriale del 1° febbraio 2018 ha introdotto alcune semplificazioni per il formulario e ha previsto che l’obbligo di registro di carico e scarico venga assolto mediante la conservazione in ordine cronologico per cinque anni dei formulari di identificazione rifiuti. Però, in mancanza della delibera del comitato nazionale dell’Albo, il sistema non poteva partire.

Ai fini dell’iscrizione, l’impresa deve:

  • Essere iscritta al registro delle imprese o al repertorio economico amministrativo per l’attività di commercio all’ingrosso di rottami metallici (codice Ateco 46.77.10);
  • Possedere requisiti soggettivi previsti dall’articolo 10 del Dm 120/2014;
  • Dimostrare la disponibilità in base alla disciplina in materia di autotrasporto, di un veicolo o di non più di due veicoli immatricolati ad uso proprio la cui portata utile non superi complessivamente 3,5 tonnellate (questo perché l’attività prevalente delle imprese cui è rivolta la sottocategoria 4-bis è il commercio, mentre il trasporto è attività funzionale e accessoria).

Occorre presentare una comunicazione alla Sezione regionale dell’Albo usando il modello presente nell’allegato “A” alla delibera. L’iscrizione viene poi deliberata dalla Sezione entro 30 giorni da quando ha ricevuto la comunicazione.

Fonte Il Sole 24 Ore (Paola Ficco)

27 Giugno 2018

120 miliardi di ragioni per ridurre la plastica

120 miliardi di ragioni per ridurre la plastica

Eventi

Da rifiuto a risorsa. Il ciclo di vita della plastica dev’essere rivoluzionato, perché pur essendo il materiale cavallo di battaglia dell’economia moderna, il cui rapporto proprietà funzionali-basso costo non teme confronti, la sua sostenibilità ambientale ed economica è piuttosto scarsa.

Il consumo di plastica è aumentato di venti volte negli ultimi cinquant’anni e raddoppierà nei prossimi venti. Dopo una prima fase di effettivo utilizzo, il valore monetario del 95% degli imballaggi di plastica circolanti a livello globale, pari a 120 miliardi di dollari l’anno, viene perso. Il 32% degli imballaggi sfugge ai sistemi di raccolta e stoccaggio, provocando danni a ecosistemi, malfunzionamenti a infrastrutture e ulteriori emissioni di gas serra per un valore pari a 40 miliardi di dollari l’anno.

Stando ai dati del report “Verso una plastica sostenibile” attualmente sono cinque i polimeri che attirano maggiormente l’interesse del mercato (polietilene, polipropilene, polivinilcloruro, polistirene e polietilentereftalato) che rappresentano circa l’80% della domanda complessiva in Europa.

Per le aziende però, scegliere la sostenibilità è economicamente svantaggioso. Non tutte le plastiche però possono essere riciclate e riutilizzate come singolo polimero; una sfida particolarmente importante è posta ad esempio dal plasmix, un insieme di plastiche eterogenee incluse negli imballaggi post-consumo e non recuperate come singoli polimeri.

Oggi questo materiale non viene riciclato, sebbene siano in via di sviluppo alcuni progetti volti a colmare questo gap e istituire un’adeguata filiera di sviluppo e valorizzazione del plasmix.

L’innovazione non si ferma e le soluzioni per svecchiare l’economia della plastica si susseguono a un ritmo incessante: dall’enzima mangia plastica scoperto per caso in una discarica giapponese, al polimero dalla completa riciclabilità chimica appena individuato alla Colorado State University.

Buona parte di questa rivoluzione è made in Italy. All’Istituto italiano di Tecnologia di Genova i ricercatori hanno brevettato una bioplastica, realizzata da materiali vegetali di scarto, che può imitare le caratteristiche del materiale originale .

Fonte: Corriere Innovazione (Sara Moraca)

20 Giugno 2018

E-Waste: Inquino quindi sono

E-Waste: Inquino quindi sono

Eventi

Nascono dalla miseria e muoiono nella miseria. Sono i nostri cellulari e tutti i mezzi elettronici creati grazie ai minerali provenienti da zone di conflitto e abbandonati nei Paesi in via di sviluppo, dove i controlli sono inesistenti e le leggi non proteggono i cittadini.

Quarantacinque, ad esempio, sono i milioni di tonnellate di spazzatura elettronica, e-waste, che abbiamo generato nel mondo nel 2016.

La maggior parte dell’e-waste è costituita da piccola attrezzatura. Cellulari, caricabatterie, tablet, computer. Non c’è da stupirsi, considerato che al mondo ci sono più abbonamenti di cellulari che persone.

Cinquantacinque, invece, i miliardi di euro che il mondo ha perso nel 2016 per i materiali che avrebbe potuto riciclare.

Di tutto quello che produciamo a livello mondiale, ricicliamo infatti solo i 20 percento.

In Europa, solo il 35% di spazzatura viene riciclato ogni anno. È la Nigeria che nel 2015 ha fatto il funerale al gran parte del restante 65%. Si è scoperto che viene inviato dentro veicoli usati a titolo di “oggetti personali”, poi introdotti nel Paese attraverso i due porti principali di Lagos.

I principali esportatori: Germania e Regno Unito, seguiti da Belgio e dai Paesi Bassi. Anche l’Italia ha contribuito con le sue 260 tonnellate di televisori a tubo catodico e con Genova tra i principali porti d’Europa per l’esportazione dei rottami elettronici.

Tutto questo succede illegalmente: la Convenzione di Basilea e una corrispondente direttiva dell’Ue vietano l’esportazione dei rifiuti elettronici verso Paesi che hanno metodi di riciclaggio peggiori rispetto al proprio.

Tutto questo alimenta anche un altro problema, cioè lo sfruttamento dei minerali di zone di conflitto. Se non c’è modo di riciclare la tecnologia già obsoleta, per costruire nuovi dispositivi bisogna andare a prendere nuovi minerali. E nelle regioni politicamente instabili, i minerali costano meno.

In Congo, il tantalio viene estratto come coltan, un composto di tantalio e niobio, e spedito in un viaggio internazionale che inizia nelle miniere africane e si muove attraverso fonderie nei Balcani, in Europa e in Asia.

Fino all’inizio degli anni 2000, e in qualche modo fino ad oggi, molto del tantalio che veniva prodotto era minato in Australia, Brasile e Cina. Però nel 2000, quando la popolarità della nuova Play Station 2 ha causato un aumento spaventoso della domanda di condensatori di tantalio, c’è stato bisogno di trovare nuove risorse.

In Congo costava poco, per l’instabilità causata dalla guerra civile provocata dal colpo di stato di Laurent-Desire Kabila nel 1996. I militanti si erano approfittati del caos per sequestrare terre ricche di coltan e metterci a lavorare gli stessi contadini, donne e bambini, a cui erano state confiscate.       

Obama tentò di mettere una toppa quando, nel 2010, approvò la sezione 1502 della legge Dodd-Frank, che da allora richiede alle imprese con sede negli Stati Uniti di dichiarare da dove arrivano i materiali utilizzati per i propri prodotti.

Anche l’Europa introdurrà presto una legge simile alla Dodd-Frank. Entrerà in vigore nel 2021, con la grossa differenza rispetto agli Usa che, invece che i produttori finali, saranno gli importatori stessi a dover dichiarare la provenienza dei minerali.

Fonte: Corriere Innovazione (Silvia Lazzaris)

13 Giugno 2018

Zero rifiuti il rischio utopia e l’emergenza italiana

Zero rifiuti il rischio utopia e l’emergenza italiana

Eventi

Rifiuti Zero: sembra una formula magica degna di Harry Potter. Chi non li vorrebbe? Ci stanno pensando in Italia (è nel programma condiviso di governo M5S-Lega), il caso purtroppo meno credibile: mentre pensiamo all’emergenza dei big data e al futuro della privacy non ci accorgiamo del rischio presente dei big-rifiuti, dietro la porta di casa nostra.

Il sistema italiano è vicino al collasso. La stessa concentrazione di incendi che si sviluppano negli impianti è sospetta. Tutti casuali? Il cuore del problema è capire se i Rifiuti Zero siano il risultato della legge o della tecnologia.

Se fosse una tecnologia basterebbe acquistarla. I soldi non sarebbero un problema visto che ogni anno paghiamo circa 40 milioni di infrazioni all’Unione europea mentre altri 40 vanno in “mantenimento” e trattamento delle eco-balle. Purtroppo per noi una tecnologia del genere non esiste.

Riciclare non basta per dire addio alle discariche. Bisogna multare e vietare: proprio in questi giorni in America è stata presentata una legge per vietare a bar e ristoranti l’uso di cannucce di plastica.

Gli Usa ne consumano mezzo miliardo al giorno (incredibile, ma vero). Un milione di cannucce vengono distribuite a San Francisco. In altre parole separare ciò che può essere riciclato dal resto è solo una parte del problema.

Se si vuole arrivare a Zero Discariche, l’obiettivo finale del Zero Rifiuti, con la difficoltà ulteriore che le discariche sono uno dei migliori business al mondo, tanto che attirano non a caso le mafie, ci vuole un quasi Stato di Polizia, comunque il polso fermo.

La realtà è che i Rifiuti Zero sono una misura altamente impopolare quando si passa dalle dichiarazioni di intenti universali ai fatti. Non basta pensare di mettere i rifiuti su un camion e mandarli via (i nostri rifiuti sono quelli che fanno più chilometri e come questo sia compatibile con l’ambiente è tutto da dimostrare).

Quello che nessuno dice è che da Firenze in giù non esistono o quasi impianti di riciclo e di termovalorizzazione. Esistono impianti di compostaggio e di sminuzzamento, un trattamento che trasforma il rifiuto in una nuova entità giuridica che ha il solo e unico vantaggio di poter viaggiare (un decreto legge ha introdotto la libera circolazione dei rifiuti purché trattati).

Zero Rifiuti è un obiettivo, non può essere il punto di partenza. E anche da ambientalisti bisogna accettare un piano di transizione senza il quale gli annunci suonano fantascientifici.

Rischiamo di fare come per l’energia nucleare. Abbiamo bloccato le centrali nucleari, bene, ma acquistiamo energia prodotta nelle centrali atomiche in Francia.

L’obiettivo Rifiuti Zero forse non è utopico, ma richiede un ripensamento del capitalismo di consumo.

Fonte: Corriere Innovazione (Massimo Sideri)

06 Giugno 2018

Le discariche mai bonificate “Danno erariale da 8 milioni”

Le discariche mai bonificate “Danno erariale da 8 milioni”

Eventi

Discariche abusive non bonificate per tempo e una sanzione milionaria da parte della Corte di Giustizia europea. Una violazione costata complessivamente all'Italia 40 milioni di euro, di cui 8 per i soli siti del Lazio e su cui ora indaga la Corte dei conti.

I SITI

I siti finiti sotto accusa in tutta l'Italia erano 198, di cui 14 contenenti rifiuti pericolosi, distribuiti in 18 regioni. Visto che non tutte le aree sono state ancora bonificate, il conto Ue è destinato a crescere.

Se uno Stato membro commette infrazioni, la Commissione europea apre una procedura d'infrazione. Una sorta di avvertimento. Se dopo un determinato lasso di tempo lo Stato non si mette in regola, la Corte di giustizia di Lussemburgo irroga la multa che, con il passare dei giorni e in caso di inadempienza, diventa sempre più salata. Le sanzioni Ue, infatti, si compongono di una parte forfettaria - in questo caso i 40 milioni - e di una giornaliera, da versare finché la controversia non viene risolta e che, considerando tutte le regioni coinvolte, ammonta a più 42,8 milioni per ogni sei mesi di ulteriore ritardo. In Italia invece risulta ancora abusivo il 50 per cento dei siti. Non migliore è la situazione in Veneto, appollaiato su un enorme serbatoio di veleni: 580 siti contaminati. Solo il 18% è già stato bonificato.

07 Marzo 2018

Green bond, la via etica della finanza

Green bond, la via etica della finanza

Eventi

I fondi sovrani sono le casseforti di Stato di alcuni Paesi più ricchi che investono un'enorme quantità di denaro, laddove intravedono opportunità di mercato favorevoli per fare profitti. Il primo è il fondo sovrano della Norvegia, che vale mille miliardi di dollari. È evidente, quindi, che se un colosso di tali dimensioni annuncia di voler disinvestire 35-37 miliardi di dollari dall'economia legata ai combustibili fossili per puntare su quella legata all'energia pulita, il segnale che arriva dal mondo della finanza è notevole.

Un altro segnale altrettanto importante arriva anche dall'Arabia Saudita, il primo esportatore mondiale di petrolio, che cerca di sganciarsi dalla sua dipendenza dal greggio virando in modo deciso verso un futuro green: raddoppiare la sua capacità di energia rinnovabile entro il 2032 per conquistare una posizione dominante nel settore della green economy, divenendo fornitore di energia pulita e al tempo stesso leader mondiale nella produzione di combustibili fossili.

Da qui la decisione del governo saudita di collocare in Borsa circa il 5 per cento del colosso petrolifero di Stato Aramco e di dotarsi entro il 2018 di un fondo sovrano da 2mila miliardi di dollari, due volte più grande di quello norvegese, con cui finanziare il piano di diversificazione economica del Paese in settori come hi-tech, infrastrutture e green economy. Per affrontare la crisi climatica sarà necessario mobilitare ingenti risorse economiche e finanziarie. L'Unep, l'organizzazione internazionale contro i cambiamenti climatici, stima in circa 90 trilioni di dollari entro il 2030 gli investimenti utili per raggiungere gli obiettivi Cop 21 di Parigi. Ecco che in questa partita la finanza può giocare un ruolo da protagonista: come dimostra peraltro l'interessante espansione dei green bond, le cui emissioni nel mercato di capitali stanno aumentando a un ritmo considerevole.

Emessi inizialmente da istituzioni multilaterali, erano considerati un mercato di nicchia, in meno di dieci anni si sono moltiplicati. Nella prima metà del 2017 sono state emesse circa 55 miliardi di obbligazioni green, con un incremento pari al 38 per cento sull'anno precedente. Si dice anche che da qui al 2020 il valore complessivo delle emissioni potrà raggiungere la cifra di mille miliardi a livello globale.

E in Italia? Anche nel nostro Paese, alla stregua di quello che accade in giro per il mondo, l'attenzione delle imprese verso le obbligazioni verdi sta crescendo. Si parla in modo esplicito di sviluppare il mercato delle obbligazioni verdi anche nel "Rapporto del Dialogo nazionale dell'Italia per la finanza sostenibile", promosso dal Ministero dell’Ambiente. Borsa Italiana ha lanciato a marzo un "segmento" dedicato ai green bond: il primo tra i "corporate" entrato in negoziazione è stato quello emesso da Enel, una delle obbligazioni verdi più grandi a livello europeo: 1,25 miliardi di euro, destinati a coprire investimenti in rinnovabili e tecnologie pulite, con ordini ricevuti per quasi 3 miliardi. Intesa Sanpaolo è la prima banca italiana a debuttare con un green bond da 500 milioni di euro emesso per favorire la crescita della finanza sostenibile nel nostro Paese.

In questa direzione si muove pure il gruppo Ferrovie Italiane, che sta pianificando il lancio di un'obbligazione green da 6-10 anni. Sono tanti segnali che mostrano quanto sia importante promuovere la responsabilità sociale e ambientale nelle imprese, in primo luogo per quelle quotate con oltre 500 dipendenti, che dal 2018 dovranno inserire in un documento allegato ai bilanci le "non financial information" (su temi etici, ambientali e sociali), come previsto dalla normativa che ha recepito la direttiva Ue in materia.

28 Febbraio 2018

Albo gestori ambientali solo per chi è in regola col Durc

Albo gestori ambientali solo per chi è in regola col Durc

Eventi

L'iscrizione all'Albo gestori ambientali può essere concessa alle sole imprese in regola col pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori (Durc). Trascorsi 30 giorni dalla prima richiesta di verifica, tramite il servizio «Durc On line», senza riscontro positivo, le sezioni regionali debbono negare l'iscrizione o cancellare le imprese iscritte all'Albo Gestori Ambientali. Questi i chiarimenti forniti dal comitato nazionale dell'Albo Gestori Ambientali, con la circolare 8 gennaio 2018 n. 31, alla luce della disciplina contenuta nel dm 30 gennaio 2015 (semplificazione in materia di documento unico di regolarità contributiva) che consente di chiarire tempestivamente e telematicamente la regolarità contributiva delle imprese.

Laddove il sistema evidenzi esposizioni debitorie per contributi e/o sanzioni civili, e non è possibile attestare la regolarità contributiva in tempo reale, viene trasmesso tramite Pec, all'interessato o al soggetto da esso delegato (articolo 1 della legge 11 gennaio 1979, n. 12), l'invito a regolarizzare con indicazione analitica delle cause di irregolarità

rilevate da ciascuno degli enti tenuti al controllo. L'interessato, avvalendosi delle procedure in uso presso ciascun ente, può regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a 15 giorni dalla notifica dell'invito. Il sistema pertanto, riporta l'informazione dell'apertura di una fase istruttoria con la dicitura «verifica in corso».

L'invito a regolarizzare impedisce ulteriori verifiche e h a effetto per tutte le interrogazioni intervenute durante il predetto termine di 15 giorni e comunque per un periodo non superiore a 30 giorni dall'interrogazione che lo ha originato. Decorso inutilmente il termine di 15 giorni la risultanza negativa della verifica è comunicata ai soggetti che hanno effettuato l'interrogazione con indicazione degli importi a debito e delle cause di irregolarità.

14 Febbraio 2018

Economia circolare: nuova vita per l’olio lubrificante usato

Economia circolare: nuova vita per l’olio lubrificante usato

Eventi

Gli oli usati avviati a recupero nel 2016 hanno consentito, grazie alle importazioni di greggio evitate, un risparmio di circa 47 milioni di euro sulla bilancia petrolifera.

Meno emissioni inquinanti nell'ambiente e risparmio nel consumo di risorse. Sono le due direttrici che muovono il recupero dell'olio lubrificante usato, che con quote via via crescenti viene trattato per poter essere riavviato nel ciclo produttivo.

Lo scorso anno sono state raccolte 177mila tonnellate di prodotto giunto a fine vita, avviando al riciclo tramite rigenerazione il 98% del totale. Rispetto all'anno precedente, il dato risulta in crescita del 7%: in termini assoluti si tratta di 10mila tonnellate in più che avrebbero potuto inquinare una superficie pari a 50 volte il Lago di Garda. L'incremento è dovuto anche al consumo di lubrificanti nel nostro Paese, che dopo anni di flessione ha registrato nel 2016 un aumento del 4,4%.

Tutti i motori a combustione interna come, ad esempio, quelli di auto, moto, veicoli agricoli e mezzi navali e i macchinari industriali, hanno bisogno di essere lubrificati per funzionare.

A questo scopo si utilizzano oli lubrificanti a base minerale o sintetica. Durante l'utilizzo, l'olio si consuma e subisce trasformazioni chimico-fisiche che lo rendono non più idoneo a continuare il servizio e per questo occorre sostituirlo. L'olio usato è un rifiuto pericoloso. Se smaltito in modo scorretto o impiegato in maniera impropria, può essere altamente inquinante. Se versato nel suolo, l'olio usato penetra nel terreno e può raggiungere la falda acquifera che fornisce l'acqua potabile e quella per l'irrigazione delle colture, compromettendole. E danni ingenti possono essere prodotti se viene disperso in acqua: forma una pellicola impermeabile in superficie che non fa passare l'ossigeno determinando la morte della flora e della fauna sottostante.

Il consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento Olio e Minerali Usati si avvale di una rete di raccolta costituita da 74 aziende private, dislocate su tutto il territorio nazionale, che con i loro automezzi raccolgono gli oli usati e li stoccano nei depositi. Il servizio di raccolta è gratuito per il detentore di lubrificanti usati. Lo scorso anno le imprese del sistema CONOU hanno recuperato il 44% del totale immesso al consumo in Italia.

Delle 177mila tonnellate di oli usati gestite, il 98% è stato conferito alle imprese di rigenerazione operanti nel sistema consortile; questo ha consentito la produzione di 116mila tonnellate di basi rigenerate e di 32mila tonnellate di prodotti petroliferi come bitumi e gasoli. A questo proposito va ricordato che l'Italia è leader in Europa avendo superato, con otto anni di anticipo, la soglia dell'85% prevista dal Pacchetto sull'Economia Circolare di Bruxelles.

Si renderà così applicabile l’economia circolare. La filosofia alla base di questo sistema è incontestabile: i rifiuti di qualcuno diventano risorse per altri, per cui gli oggetti non arrivano mai a fine vita ma rinascono per altri utilizzi.

07 Febbraio 2018

Nel 2030, Bye bye carbone

Nel 2030, Bye bye carbone

Eventi

L'obiettivo della Strategia Energetica Nazionale (SEN) al 2030 è molto ambizioso: prevede 175 miliardi per la crescita sostenibile, di cui 30 per reti e infrastrutture di gas ed elettrico, 35 per fonti rinnovabili e 110 per l'efficienza energetica, tracciando la strada verso la decarbonizzazione totale, per raggiungere una diminuzione delle emissioni del 39% al 2030 e del 63% al 2050, rispetto ai livelli del 1990.

L'Italia del 2030 sarà un paese senza centrali nucleari (non ne abbiamo) né centrali a carbone (le chiuderemo tutte entro il 2025). Produrremo il 55% dell'energia elettrica con fonti rinnovabili. Utilizzeremo l'energia in modo più efficiente e ridurremo la dipendenza energetica dall'estero dal 76% al 64%. Vedremo circolare sulle strade 5 milioni di auto elettriche. Taglieremo le emissioni di gas serra del 39% rispetto al 1990. Pagheremo meno l'energia che usiamo.

L'obiettivo verrà perseguito con l'abbandono dalla generazione elettrica a carbone e l'aumento delle fonti rinnovabili al 55% del mix elettrico (oggi sono al 34%). La quota di carbone in Italia pesa relativamente poco in termini di elettricità prodotta (tra il 12 e il 16%), ma incide molto in termini di inquinamento e di emissioni climalteranti, con il 40% circa delle emissioni del settore elettrico.

Il mercato fotovoltaico italiano dovrebbe accelerare di dieci volte rispetto ai ritmi di oggi per raggiungere i 60 terawattora di produzione solare al 2030 previsti dalla Sen (oggi sono 23), con una crescita delle nuove installazioni dai modesti 300 megawatt attuali a circa 3 gigawatt all'anno.

Questa accelerazione è possibile senza incentivi, grazie alla crescente competitività dei sistemi fotovoltaici, ma si potrà ottenere soltanto spingendo a fondo con normative ad hoc sulle due aree di crescita, da un lato i prosumers, cioè i privati che autoproducono la propria energia grazie all'abbinamento del solare con un sistema di accumulo, e dall'altro lato gli impianti di grande scala.

Ma non possiamo pensare di sostituire il carbone con il gas naturale: bisogna investire in smart grid, efficienza energetica e rinnovabili.

24 Gennaio 2018

Per il traffico di rifiuti leasing dei veicoli fuori dalla confisca

Per il traffico di rifiuti leasing dei veicoli fuori dalla confisca

Eventi

II proprietario che dimostri di essere in buona fede può evitare la confisca di un veicolo utilizzato per un traffico illecito di rifiuti. Così le società di leasing e di noleggio vengono di fatto messe al riparo da un pesante rischio cui il Codice ambientale le aveva esposte. Lo ha eliminato la Cassazione, con un orientamento che si sta consolidando. Il problema nasce dal fatto che l'articolo 260-bis, comma 4, del Dlgs 152/2006 prevede la confisca del «veicolo e di qualunque altro mezzo utilizzato» per il trasporto di rifiuti pericolosi, a meno che questi appartengano «non fittiziamente» a persona estranea al reato. Tale clausola di salvezza, però, non è prevista negli altri articoli del Codice che prevedono la confisca (259, comma 2, per la violazione degli articoli 256 e 258, comma 4, e 259, comma 1). Un disallineamento importante che danneggia tutti i proprietari terzi incolpevoli.

Il principio, già affermato dalla Cassazione con sentenza 11 gennaio 2013, n. 1475, comporta che:

• ai fini della sussistenza dell'estraneità al reato, il proprietario incolpevole non deve aver avuto alcun collegamento, diretto o indiretto;

• non deve aver posto in essere alcun contributo di partecipazione, anche se non punibile.

Con la sentenza 18774/2012, la Cassazione definiva la confisca come “una rappresaglia legale nei confronti dell'autore del reato e mira a colpirlo nei suoi beni con una sanzione aggiuntiva molto più pesante della sanzione penale principale”. La confisca è prevista anche in altre norme del Codice. Il trasporto non autorizzato di rifiuti e il trasporto di rifiuti senza formulario o con formulario recante dati incompleti o inesatti nonché con uso di certificato falso sono puniti anche così. Il trasporto non autorizzato è quello effettuato da un soggetto non iscritto all’Albo Nazionale Gestori Ambientali. La sopravvenuta iscrizione del titolare del mezzo non ne esclude la confisca (sentenza 42140/2013). La perdita della disponibilità del bene non si può rinviare fino alla sentenza di condanna o di patteggiamento. L’impresa può essere colpita da subito, con sequestro preventivo. Questo accade perché l'articolo 321, comma 2, del Codice di procedura penale consente al giudice il sequestro preventivo delle cose di cui è consentita la confisca. Pertanto, il provvedimento dissequestro può anche prescindere dalla prognosi di pericolosità connessa alla libera disponibilità del bene.

22 Gennaio 2018

Allarme riciclo

Allarme riciclo

Eventi

II riciclo è in difficoltà. È un altro aspetto dell'effetto Cina; la Cina che cambia, che rallenta la tumultuosità della crescita, che ammoderna le tecnologie di produzione, che scopre l'ecologia e la raccolta differenziata, la Cina ha smesso di importare dall'Europa navi intere di materiali da rigenerare come materie prime. Plastica, carta, vetro raccolti coscienziosamente dagli europei e in particolare dagli italiani non trovano più lo sbocco asiatico. E poiché l'ipotesi "rifiuti zero" è una fantasia velleitaria, si stanno intasando gli impianti di riciclo dei materiali e gli impianti di smaltimento dei rifiuti.

In Europa e in ltalia la raccolta differenziata degli imballaggi usati produce una quantità di materiali da rigenerare maggiore della domanda interna. Nel caso della plastica mista già selezionata per il riciclo, escluso il Pet delle bottiglie, si parla di esportazioni europee nell'ordine dei 2 milioni di tonnellate di cui più di metà, circa 1,2 milioni, prodotte dalla sola Germania, seguita dall'altro Paese a grande tasso di ricupero, cioè l'Italia. Con il cambiamento della domanda cinese, ridotta in modo fortissimo, queste quantità di materiali da rigenerare si sono riversate sul mercato interno europeo. Nel frattempo aumentano gli scarti irriciclabili che non hanno alternativa all'inceneritore. Le aziende di selezione e rigenerazione scoprono che sono arrivati fino al 30 % i materiali impossibili da riutilizzare.

Le aziende tedesche hanno occupato gli spazi nei loro inceneritori, i quali cominciano a respingere quei rifiuti che alcuni Comuni italiani esportavano in Germania, non essendosi dotati di impianti propri. Nel solo 2016 l'Italia aveva piazzato negli impianti stranieri, quasi sempre tedeschi, 267mila tonnellate di spazzatura da incenerire e 165mila tonnellate di rifiuti da selezionale e rigenerare.

17 Gennaio 2018

Notizie Flash

Notizie Flash

Eventi

Biocarburante dalle tazzine: a Londra i bus vanno a caffè

Gli autobus a caffè è la trovata industriale di una start-up di Londra, che ha permesso di accendere i primi motori dei tradizionali «double-decker bus», alimentandoli con carburante che contiene una quota di olio di caffè. I ricercatori britannici, hanno tirato fuori dagli scarti della bevanda più bevuta al mondo, un biometano, il B20, che contiene olio minerale e, per una quota pari al 20%, anche olio di caffè, utilizzato senza necessità di modifiche. Immaginiamo cosa si potrebbe fare in Italia, paese che consuma più di 39 miliardi di tazzine di caffè l’anno. Ripensando l’approccio ai rifiuti in ottica di economia circolare, si possono creare città più smart e un futuro migliore.

Dai fondi del caffè dei distributori si produce biogas

Le aziende della filiera del vending sono anche green, in prima linea per una distribuzione sempre più attenta alla sostenibilità e alla diffusione di corretti stili di alimentazione. Si va da un progetto che prevede l'allestimento all'interno degli istituti superiori di un'apposita isola di ristoro dedicata al consumo di prodotti più sani e salutari, a quello che punta sulla raccolta dei fondi di caffè da destinare alla produzione di biogas. Il tema della responsabilità sociale è un elemento chiave per proseguire su questa linea ed è imprescindibile per l'impresa 4.0 del settore». Sostenibilità dunque come strategia d'impresa entrata a pieno titolo anche nelle aziende della distribuzione automatica. «Il vending oggi si qualifica come servizio alla persona: la sostenibilità nel vending è un tema molto ampio che tocca varie fasi dell'attività, nell'ottica di un'economia sempre più circolare».

La pelle al 100% biodegradabile

Si chiama Naturella ed è una pelle innovativa creata da un’azienda marchigiana specializzata nella produzione e commercializzazione di pellami con una forte vocazione all'export. Pelle ecologica non significa semplicemente conciata senza l'uso di cromo, perché per Naturella viene coinvolto il processo di lavorazione, con la riduzione di tutti i componenti chimici inquinanti. Un passaggio chiave, che fa la differenza rispetto ad altre pelli già in commercio. Al termine della lavorazione, i vantaggi sono evidenti rispetto alla conciatura tradizionale: è maggiore la superficie di pelle lavorata a disposizione, ci sono meno rifiuti, meno costi di smaltimento, meno inquinamento. E la pelle è più resistente allo strappo. Per Naturella la svolta è arrivata nel 2016, con la realizzazione del primo prototipo del nuovo materiale. Sono stati anticipati i tempi anche perché grandi gruppi industriali hanno aderito al progetto europeo Zero discharge chimical program (Zdhc), che prevede entro il 2020 di non utilizzare più prodotti che contengano sostanze chimiche nocive per la salute, in modo da poter poi smaltire il prodotto come rifiuto differenziato.

15 Gennaio 2018

La città intelligente

La città intelligente

Eventi

Saremo 9 miliardi nel 2050, concentrati al 75% nelle città. Megalopoli come San Paolo, Il Cairo o Shanghai, su cui oggi gravitano dai 20 ai 50 milioni di abitanti, saranno sempre più dense e le campagne sempre più vuote. Già oggi, dalle città proviene il 70% dei gas serra mondiali (secondo il rapporto 2017 dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), oltre a un'enorme concentrazione d'inquinamento, traffico, rifiuti acque nere e malattie.

D'altro canto, le città sono anche i grandi motori di innovazione, di creatività, di crescita economica del mondo, contribuendo per l'80% al Pil globale. Un secolo fa solo il 15% dell’umanità viveva in città (250 milioni) mentre oggi è urbano oltre il 50% dell'umanità (quasi 4 miliardi) e nel 2050 lo sarà più del 75%(7miliardi).

A salvarci dalla paralisi, si dice, ci verrà in soccorso la tecnologia. Il mercato delle tecnologie per la smart city varrà 1.500 miliardi di dollari nel 2020. La visione europea e americana della smart city è dominata dalla preoccupazione di rendere intelligenti i grandi centri storici, aumentando la fluidità di trasporti e comunicazioni, dello smaltimento dei rifiuti della distribuzione di energia e acqua nelle città che già esistono e rischiano di diventare troppo intasate.

Nei Paesi emergenti, invece, si tende soprattutto a costruire nuovi agglomerati sostenibili da greenfield, intere città pianificate apposta per tagliare al massimo le emissioni grazie alle tecnologie più innovative per l'efficienza energetica. Due strade diverse per un obiettivo comune: risparmiare al massimo risorse sempre più scarse.

Così mentre Londra sventra il sottosuolo del centro per far spazio alla nuova ferrovia Crossrail e rendere la vita più facile a un altro milione e mezzo di persone, in India si stanno costruendo 24 nuove città verdi lungo la linea ferroviaria ad alta velocità fra Delhi e Mumbai. Stoccolma e Milano si preoccupano di decongestionare i centri cittadini intasati imponendo un biglietto d'ingresso che limita l'accesso ai veicoli più inquinanti, mentre in Asia nascono intere città con il centro già pedonalizzato. A Tianjin Eco-City, una città verde che dovrebbe ospitare 250mila persone entro Ia fine di questo decennio, invia di realizzazione a 150 chilometri da Pechino, è previsto l'utilizzo dei trasporti pubblici, della bicicletta o dei piedi per il 90% degli spostamenti.

Fra le smart city nuove spicca il grande progetto di Lusail, una città in costruzione a 15 km dalla capitale del Qatar, Doha. Progettata per accogliere fino a 250mila abitanti, ospiterà la finale dei mondiali di calcio del 2022. Si tratterà di una smart city ecologica e tecnologica, governata da una centrale di controllo con il monitoraggio costante dei dati raccolti da migliaia di sensori (ambientali e stradali) e dalle reti di video sorveglianza.

10 Gennaio 2018

Il rifiuto è sempre più green

Il rifiuto è sempre più green

Eventi

L'Italia è uno dei migliori Paesi in Europa per quanto riguarda la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti, ma restano ancora delle lacune evidenti nella dismissione in discarica e nel recupero energetico, per la quale restiamo ben lontani dalle migliori performance europee. A preoccuparsi dell'implementazione di un'economia circolare, legata all'utilizzo di materiale riciclato, è la Commissione Europea, che ha licenziato nel 2015 un pacchetto di normative con obiettivi al 2030 molto ambiziosi: raggiungere il 70% di rifiuti riciclati (adesso l'Italia è al 47,7%) e ridurre al 5% lo smaltimento in discarica.

Le stime dell'Unione Europea sull'economia circolare sono altresì ambiziose: implementarla porterebbe un giro di affari di circa 600 miliardi e 600 mila posti di lavoro aggiuntivi, con un risparmio di 450 milioni di tonnellate di CO2.

La grande differenza dei numeri su riciclaggio e differenziata tra Italia ed Europa è tutta nella strategia: mentre nazioni come Germania, Francia, Paesi Bassi e Austria recuperano molta energia dai rifiuti, contestualmente riciclano molto di meno e conferiscono in discarica tra lo 0,5% e 11,4%, al contrario dell'Italia, che supera di gran lunga il 10% e recupera poca energia dai rifiuti.

I risultati positivi riguardano riciclo e differenziata; se da un lato potrebbero derivare dalla tradizione italiana di recupero delle materie prime di cui il Belpaese è naturalmente povero, dall'altro sono individuabili in alcune isole felici. La percentuale nazionale della differenziata è al 52,5%, con un 64,2% del Nord e un 37,6% del Sud.

Per poter raggiungere l'obiettivo europeo, basterebbe farla partire in Regioni come la Sicilia che è al 15% e in città come Palermo che è al 7%. Il trend continua a migliorare: rispetto al 2015 è stato raccolto più vetro (2,1%), più plastica (6,9%), più carta (3%).

08 Gennaio 2018

L’Europa mette in moto l’economia circolare

L’Europa mette in moto l’economia circolare

Eventi

L’Europa punta sull'economia circolare. L'Europarlamento ha sollecitato la Commissione ad alzare gli obiettivi del riciclo al 70% nel 2030. La vera rivoluzione dovrà venire da una strategia di politica industriale, orientata verso un modello produttivo capace di rigenerare se stesso, consumando sempre meno materiali vergini. Nei prossimi dieci anni sono prevedibili oltre 500 miliardi d'investimenti in Europa sui sistemi circolari in uno scenario costante.

Il consumo delle materie prime, che in un'economia circolare dovrebbe rallentare, al momento attuale sta crescendo e si stima che nel 2020 l'economia mondiale utilizzerà 82 miliardi di tonnellate di materie prime, il 30% in più del livello attuale. Questo 30% si può considerare la somma delle occasioni perdute nel flusso dell'economia circolare, che le autorità mondiali stanno cercando di innescare. In Europa, l'obiettivo è «promuovere l'economia circolare, per preparare il terreno a un'industria europea che sia intelligente, innovativa e sostenibile». Bruxelles prosegue lungo la strada di usare la sostenibilità come un volano per rilanciare l'industria europea dopo la crisi. Si punta anche su «uno sviluppo più forte della bio-economia», con il «miglioramento della produzione di risorse biologiche rinnovabili e la loro conversione in bio-prodotti e bio-energia».

LA NUOVA STRATEGIA sulle materie plastiche sarà uno dei pilastri dell'impegno Ue verso la transizione all'economia circolare. In Europa la plastica genera un giro d'affari di 350 miliardi di euro e occupa 1,4 milioni di persone, ma la sua crescente diffusione pone una serie di sfide non facili da risolvere.

Per questa ragione, la Commissione indica al primo punto l'elaborazione di una nuova strategia per le plastiche che toccherà aspetti quali la riduzione della dipendenza dalle materie prime fossili, il riutilizzo degli scarti e la riduzione della dispersione nell'ambiente. Tra le proposte c'è anche quella di introdurre l'obbligo di rendere tutti gli imballaggi di plastica riciclabili entro il 2030. Nello stesso pacchetto si chiede l'adozione di un ambizioso target di riduzione dei conferimenti in discarica al 25% nel 2025 e al 5% nel 2030, per tutti i rifiuti urbani, che dovrebbero essere riciclati al 60% entro il 2025 e al 70% entro il 2030.

20 Dicembre 2017

Effetto Nimby, bloccati 359 progetti

Effetto Nimby, bloccati 359 progetti

Eventi

NO alla centrale elettrica, NO all'inceneritore, NO al gasdotto, NO ai ventilatori eolici, NO ai cassonetti dell'immondizia, NO al pozzo per la ricerca di giacimenti, NO all'impianto di selezione dei rifiuti. Energia e rifiuti sono i temi contro i quali si manifesta l'opposizione cieca all'evoluzione.

Nimby Forum per il 2016 ha censito 359 opposizioni contro opere di utilità pubblica oppure contro i progetti di nuovi impianti, con un aumento del 5% di contenziosi rispetto al 2015.

L'Osservatorio Nimby Forum è il "termometro" che dal 2004 misura quella particolare forma di irritabilità sociale i cui sintomi si esprimono con l'opposizione alla realizzazione di progetti. Nimby è una sigla inglese, not in my backyard (non nel mio cortile), che si declina anche con altri acronimi come Nimto, not in my turn of office (non durante il mio mandato), fino alla spiritosa sigla che descrive l'estremismo del no a tutto dovunque, cioè Banana (Build absolutely nothing anywhere near anything). Ne emerge un Paese bloccato, in cui le opposizioni di comitati, partiti ed enti pubblici fanno da eco puntuale a ogni iniziativa e generano usura nei media, nella rete web e nelle cancellerie dei Tar.

L'Osservatorio Nimby dice che in Italia nel 2016 il comparto energetico (56,7%) e i rifiuti (37,4%) si contendano il podio dei no. Il 75,4% dei no agli impianti energetici riguarda le fonti rinnovabili di energia, cioè sono contestati proprio quegli impianti che venivano invocati come soluzione ideale. Il motivo con cui i comitati dicono di opporsi è in genere rivestito da una miscela di aromi ambientali (30,1% delle contestazioni), di toni paesaggistici («quest'opera devasterà il nostro bel territorio») oppure di paure per la salute; il più delle volte questi motivi sono conditi con dosi importanti di fake news, distonie cognitive, bufale e sbagli inconsapevoli.

Le tipologie di impianto energetico più avversate sono le centrali elettriche a biomasse che usano come combustibile legna o vegetali (43 impianti) e le centrali eoliche (13 casi di contestazione). Tra le fonti di energia convenzionale, i più contestati sono le ricerche di giacimenti di metano o petrolio oppure lo scavo dei pozzi. Un caso di risonanza sono le contestazioni contro il Tap, il gasdotto che dall'Azerbaigian approda in Puglia.

Uno sguardo alle contestazioni nel segmento dei rifiuti. Mentre tutti invocano (a parole) il riciclo dei rifiuti e la cosiddetta "green economy", poi quando si tratta di passare ai fatti per dire no vengono invocati motivi ambientali o sanitari. NO agli impianti di riciclo, NO al riuso di rifiuti per produrre energia (37 casi censiti), NO alle discariche (30), NO agli impianti di compostaggio per produrre concime dai rifiuti organici (20).

Circa un terzo delle contestazioni va a ingolfare gli uffici giudiziari tra ricorsi al Tar e appelli al Consiglio di Stato. Il censimento presentato dal Nimby Forum dice che il "no" ricorre con maggiore frequenza (41%) in alta Italia dove Lombardia ed Emilia Romagna sono in testa con 56 e 48 impianti contestati, ma in rapporto alle dimensioni e al numero totale di progetti la Basilicata è la zona più suscettibile con 32 impianti contestati (erano 6 nel 2014), assai più del Lazio (30), Veneto (28) e Sicilia (26 casi censiti).

18 Dicembre 2017

Il piano dell’Italia per ridurre i gas serra: emissioni giù del 39% per il 2030

Il piano dell’Italia per ridurre i gas serra: emissioni giù del 39% per il 2030

Eventi

Il governo ha firmato il decreto interministeriale che approva in maniera definitiva il piano da 175 miliardi per la crescita sostenibile. Gli obiettivi sono “ambiziosi”: portare le rinnovabili al 28% nei consumi totali entro il 2030, arrivare al “carbone zero” nel 2025 nella produzione di energia elettrica. Nei prossimi quindici anni l'Italia sarà un paese più sano e più competitivo, lavorare per la sostenibilità ambientale non è soltanto un impegno per le prossime generazioni in linea con gli impegni sul clima di Parigi e gli obiettivi Onu, ma anche un sostegno alla competitività del sistema industriale. Due aspetti considerati in passato in contraddizione, quello dell'ambiente e della competitività, ma che oggi si intrecciano. Anzi coincidono. La Sen (Strategia Energetica Nazionale) prevede una forte accelerazione dell'uscita del carbone negli impianti termoelettrici nel 2024 con l'obiettivo di tagliare le emissioni inquinanti del 39% nel 2030 e del 63% nel 2050. Nel dettaglio degli investimenti sono previsti 30 miliardi per reti e infrastrutture di gas e elettricità, 35 per le fonti rinnovabili e 110 per l'efficienza energetica.

Il grande protagonista della strategia è il gas naturale: per il governo si tratta dell'energia di transizione per assicurare la decarbonizzazione. Per quanto riguarda le rinnovabili l'Italia ha già raggiunto gli obiettivi europei per il 2020 e punterà soprattutto su eolico e fotovoltaico. Per l'attuazione e il monitoraggio della strategia è prevista una cabina di regia costituita dai ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, con la partecipazione anche di quelli dell'Economia, dei Trasporti e dei Beni culturali. Non mancherà una rappresentanza delle Regioni e un periodico aggiornamento degli enti locali.

www.cermanager.com/it/news

13 Dicembre 2017

Rifiuti, il boom dell'export

Rifiuti, il boom dell'export

Eventi

Ogni anno 433mila tonnellate di rifiuti prodotti in Italia prendono la strada dell'estero. Austria, Ungheria e Germania, le principali mete. Succede perché nel nostro Paese mancano impianti di trattamento adeguati e perché la raccolta differenziata, sia pur molto cresciuta negli ultimi dieci anni, avanza a diverse velocità, con il Sud ancora molto indietro rispetto al Nord. Il risultato è che ogni tonnellata in viaggio oltreconfine, su tir, treno o nave, costa per trasporto e smaltimento fino a 200 euro, oltre 86 milioni in un anno. Oggi la direzione dell'Europa centro-orientale è assai meno rassicurante: i materiali possono infatti finire in discariche di dubbia qualità, aumentando i rischi ambientali per i territori che li ospitano. I numeri diffusi dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) dicono che l'export ha ormai doppiato l'import, fermo a 208mila tonnellate.

Il peso delle lobby e i pochi impianti

Prendiamo il caso di Roma: ogni giorno escono dalla Capitale 170 tir in direzione delle regioni settentrionali, perché mancano gli impianti in questa metropoli e perché la lobby di chi dice no a tutto, è più forte di qualsiasi ragionamento politico. Quel che accade nella Città Eterna vale da monito per il resto d'Italia. Quel che è certo è che nel 2016 sono diminuite sia le discariche attive che i rifiuti in esse conferiti. «La scarsa dotazione impiantistica - sottolinea il rapporto Ispra – fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti o sottoposti a trattamento in altre regioni o all'estero, dove la capacità di ricezione risulta superiore ai fabbisogni».

A livello nazionale, il materiale smaltito in discarica è diminuito del 5% rispetto al 2015, con un crollo del 13% nelle regioni del Nord e il coinvolgimento di 134 siti nello smaltimento del circuito urbano, 15 in meno rispetto a dodici mesi prima.

11 Dicembre 2017

Limiti differenziati ai rifiuti speciali

Limiti differenziati ai rifiuti speciali

Eventi

Decreto Miniambiente in arrivo. Due anni ai comuni per le regole.

Introduzione di un tetto quantitativo e differenziato in base alla tipologia di attività svolta, per determinare i criteri per l'assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani. I comuni avranno due anni per aggiornare i regolamenti alla definizione dei rifiuti speciali assimilati agli urbani. Definizione che andrà ad incidere sulla gestione del servizio rifiuti e sull'applicazione della Tari. Questo è quanto si legge nello schema di Decreto del Ministero dell’Ambiente recante i criteri qualitativi e quali-quantitativi per l'assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani ai sensi dell'articolo 195, comma 2, lettera e) del dlgs 3 aprile 2006, n. 152».

Attualmente i rifiuti speciali sono assimilati ai rifiuti urbani con delibere comunali (criterio qualitativo) sulla base dei criteri per l'assimilazione stabiliti dal Comitato Interministeriale con la delibera del Cipe del 27 luglio 1984.

Criteri quantitativi per l'assimilazione.

Il nuovo provvedimento detta le regole quantitative per definire da parte dei comuni l'assimilazione dei rifiuti. Le regole da rispettare sono diverse a seconda se gli enti locali hanno adottato i criteri in presenza di misurazione puntuale (dm 20 aprile 2017) oppure utilizzano criteri non puntuali. Nella prima fattispecie (articolo 4), i comuni assimilano i rifiuti sulla base di limiti quantitativi stabiliti per ciascuna attività tenendo conto delle serie storiche di produzione dei rifiuti relative agli anni precedenti. In ogni caso i valori di produzione per ciascuna attività non devono superare il valore limite riportato nell'allegato 3. In caso di prima applicazione del sistema di misurazione puntuale sono adottati, per il primo anno, i valori limite dell'allegato 3. Nel caso di misurazione puntuale del solo rifiuto residuale (cosiddetto rifiuto indifferenziato) della raccolta differenziata, i valori riportati nell'allegato 3 sono moltiplicati per il fattore 0,35. Per gli enti locali che non hanno adottato sistemi puntuali di misurazione dei rifiuti, che attualmente sono la maggior parte, è lo stesso articolo 5 del decreto che stabilisce i limiti massimi entro i quali gli stessi possono ottenere l'assimilazione quantitativa, per ogni tipologia di attività (allegato 4).

Per le attività artigianali e industriali vale il principio della non assimilabilità dei rifiuti prodotti negli stabilimenti o nei laboratori e nei depositi. Mentre i rifiuti che vengono prodotti negli uffici, nelle mense e nei bar, sono assimilabili se la superficie degli stessi (valore limite in allegato 4) non supera i limiti ivi indicati. Ad esempio, nel caso di un’ortofrutta di mq 400, con superficie di vendita di 300 mq e 100 mq di ufficio amministrativo si tasserà solo la parte dell'ufficio.

06 Dicembre 2017

Il responsabile gestore ambientale abilitato per l’esame: il primo test a dicembre

Il responsabile gestore ambientale abilitato per l’esame: il primo test a dicembre

Eventi

Dal 16 ottobre è operativa la nuova disciplina sul responsabile tecnico delle imprese iscritte all'Albo nazionale gestori ambientali. Il 19 dicembre, a Venezia, si terrà per la prima volta la prova di verifica iniziale per i candidati.

Il calendario è fissato dalla delibera n. 7/2017 emanata il 30 maggio dal Comitato nazionale dell'Albo. La delibera n. 6, dello stesso giorno, ha individuato i requisiti del responsabile e dettato criteri e modalità di svolgimento degli esami.

La verifica è necessaria perché l'articolo 12, comma2, del Dm 120/2014 stabilisce che la qualifica professionale deve risultare da: idoneo titolo di studio, esperienza maturata in settori di attività per i quali è richiesta l'iscrizione e idoneità attestata con verifica iniziale della preparazione del soggetto. Si aggiungono, con cadenza quinquennale, verifiche sull'aggiornamento.

L'obbligo riguarda chi si candida a fare il responsabile tecnico in imprese che effettuano raccolta e trasporto di rifiuti: urbani (categoria 1), speciali non pericolosi (categoria 4) e speciali pericolosi (categoria 5). Questi trasporti sono compresi in un unico Modulo specialistico. Gli altri sono relativi a intermediazione e commercio di rifiuti senza detenzione (categoria 8), bonifica di siti (categoria 9) e bonifica di beni con amianto (categoria 10). Il responsabile tecnico dei soggetti iscritti al 16 ottobre 2017 può continuare a svolgere l'attività in regime transitorio per una durata, mai superiore al quinquennio.

La verifica iniziale si svolge in 120 minuti su 80 quiz a risposta multipla, di cui 40 relativi al modulo generale e obbligatorio per tutti e 40 su un modulo specialistico a scelta (ma per ora se ne può scegliere solo uno). I quiz sono estratti dagli oltre 4.500 pubblicati in www.albonazionalegestoriambientali.it

Per ogni risposta esatta si guadagna un punto; per ogni errore si perde mezzo punto. Una risposta omessa non comporta accrediti né penalizzazioni. L'esame per la verifica iniziale è superato con almeno: 32 punti nel modulo obbligatorio per tutte le categorie e 34 punti nel modulo specialistico. I nominativi dei canditati risultati idonei sono pubblicati sul sito dell'Albo ed è loro rilasciato apposito attestato.

La domanda va inviata all'indicato sito dell'Albo (non prima di 60 giorni e non oltre 40 giorni che precedono la data dell'esame) e va versato il contributo di 90 euro alla Camera di commercio sede della sezione regionale dove si effettua l'esame.

04 Dicembre 2017

Dal petrolio alle rinnovabili

Dal petrolio alle rinnovabili

Eventi

Cronaca recente. La Shell compra un'azienda specializzata nelle ricariche veloci delle auto elettriche. L'Arabia Saudita che galleggia sui giacimenti investe invece sulle fonti rinnovabili d'energia. La tedesca E.On istalla colonnine elettriche insieme con l’Enel. L’Enel si allea con la compagnia petrolifera Api per offrire nei distributori non solamente benzina, gasolio, gas auto ma anche corrente elettrica alle auto. La Cina si candida a trainare gli investimenti nelle nuove energie. Nei prossimi cinque anni nel mondo si costruiranno centrali elettriche "pulite" per una potenza complessiva di un milione di megawatt, pari alla metà di tutte le centrali a carbone costruite negli ultimi 80 anni.

Di questi nuovi impianti alimentati con energia rinnovabile la fetta maggiore verrà dai pannelli fotovoltaici, cioè quelli in cui il silicio produce un flusso di corrente quando viene colpito dalla luce del sole. Sta cambiando il paradigma energetico. Per esempio la Cina sta studiando un nuovo sistema per trasportare i chilowattora a grandissima distanza senza alcuno sforzo; con le nuove tecnologie di trasporto elettrico a grande distanza la Cina sta programmando di produrre e far arrivare energia pulita da parchi solari siti nel Sahara, da migliaia di ventilatori eolici situati nelle zone più ventose del Polo Sud e così via. Entro il 2050 la Cina potrebbe alimentare il mondo con energia prodotta al 90% da fonti rinnovabili, con un afflusso internazionale di investimenti per 50mila miliardi di dollari in 30 anni.

Un altro esempio è la città di Masdar, (Emirati Arabi) un progetto che Abu Dhabi sta realizzando in mezzo al deserto. Tutta sostenibile, rinnovabile e senza emissioni. I Paesi ricchi di petrolio vogliono diversificare. Vogliono ridurre i loro consumi interni di energia, ma soprattutto vogliono farsi trovare pronti per quando le tecnologie rifiuteranno come barbarico l'uso del greggio. 

22 Novembre 2017

Amianto: cresce ancora la lista dei siti da bonificare

Amianto: cresce ancora la lista dei siti da bonificare

Eventi

Sono 205mila in Lombardia tra edifici, impianti idrici e industrie; i siti contenenti amianto censiti sono in continuo aumento, a fronte di bonifiche e smaltimenti che crescono a ritmo insufficiente. Dall’ultima rilevazione regionale che fa il punto sullo stato di attuazione del Piano regionale amianto, il minerale killer si trova ancora in 204.988 luoghi, oltre 5mila in più rispetto al 2016: di questi, il 12 %  è di tipo pubblico e l'88 % di tipo privato. Oltre 4,9 milioni di metri cubi di materiali ancora da bonificare contro i 4,4 dello scorso anno.

Ogni volta che si eseguono lavori di ristrutturazione di un edificio o di un complesso industriale costruiti prima degli anni 90 è facile trovare l’amianto. Così come nelle tubature, negli isolamenti delle caldaie, lungo le massicciate ferroviarie, negli impianti idrici. A quasi 12 anni dalla nascita del Pral (in vigore dal 2006) si è posto come obiettivi principali il censimento dei siti contaminati e la relativa bonifica per arrivare ad una Lombardia amianto-free entro una decina d’anni; il traguardo è ancora molto lontano.

Ma il 97% dei siti censiti sembra di matrice compatta, cioè con problemi di carattere sanitario. Sì perché l'amianto, nei nostri edifici, può essere presente in due tipologie: a matrice compatta, che non richiede l'obbligo di bonifica proprio perché non nocivo per la salute ma per il quale vige comunque il dovere di censimento, e a matrice friabile, molto pericoloso. L’amianto a matrice compatta, però, nel tempo, deteriorandosi, può liberare le fibre killer: per questo è obbligatorio censirlo.

20 Novembre 2017

Il grande business dei cimiteri tecnologici

Il grande business dei cimiteri tecnologici

Eventi

Solo di apparecchiature elettriche ed elettroniche ogni anno ci sfugge una massa di scarti pari a tre volte quelli che riescono ad intercettare i consorzi ufficiali.

In Italia si raccolgono una media di 4 chili procapite di Raee.
 È un livello ancora troppo basso, visto che in Francia la media è di 8 chili e in Gran Bretagna di 9. Ogni anno lasciamo sparire 600 mila tonnellate di rame e alluminio, ferro e plastica. Senza parlare di terre rare, oro e platino.

Il fine vita dei “Raee”, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, è un incubo italiano: se va bene li seppelliamo in discarica, altrimenti li buttiamo direttamente sulle consolari o lasciamo che sia depredato il depredabile e il resto addio. I numeri sono impressionanti: il sistema di gestione dei rifiuti istituito per legge dai produttori intercetta ogni anno 280mila tonnellate di Raee in 20mila punti di prelievo nelle 4.200 isole ecologiche italiane. Ma 600mila tonnellate di Raee prendono altre strade.

Dal 15/08/2018 scatterà inoltre l’obbligo di gestire come Raee tra gli altri, utensili, macchinari e apparecchi industriali, distributori automatici, prodotti finiti, cavi e componenti.

Per legge, dal 2010 la normativa “1-1” impone ai venditori di prodotti elettrici
 ed elettronici il ritiro gratuito dell’apparecchia
tura dismessa a
 fronte dell’acqui
sto di un prodot
to equivalente. Dallo scorso anno 2016 con la normativa “1-0” è possibi
le consegnare in
 qualsiasi negozio
 che venda oggetti
 elettrici ed elettronici qualsiasi Raee più piccolo di 25 centimetri anche senza fare acquisti.

Non è necessario essere clienti, né aver acquistato l’oggetto. Non serve lo scontrino né la scatola o altro: se il negozio è più grande di 400 metri quadrati, cioè di norma se fa parte di una catena da cui transita ormai la maggior parte di questo tipo di oggetti in vendita, avrà l'obbligo di raccoglierlo e di conferirlo a sua volta alla catena ufficiale del riciclo controllato.

Ma il malaffare e la mala gestione associati ai Raee non sono un problema solo italiano: una ricerca effettuata dall'organismo internazionale di contrasto del traffico illecito di rifiuti elettronici (Cwit), prodotta in collaborazione con l'Interpol, ha scoperto che in Europa solo il 35% dei rifiuti elettronici generati nel 2012 sono transitati nel sistema ufficiale di raccolta e riciclo. Per 3,3 milioni di tonnellate trattate correttamente, altre 6,15 milioni hanno preso quattro strade alternative: 1,5 milioni di tonnellate sono state esportate; 3,15 milioni sono state “riciclate in Europa in modo non conforme”; 750mila tonnellate sono state ripulite di tutte le parti pregiate e altre 750mila tonnellate sono finite direttamente nei sacchi della spazzatura. Almeno 1,3 milioni di tonnellate sono finite illegalmente, senza essere accompagnate da documenti regolari, in paesi del terzo mondo con la speranza di essere riparate e riciclate in qualche modo.

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13 Novembre 2017

LE GUIDE DI CER MANAGER: MANUALE 4 - LE RICHIESTE DI QUOTAZIONE

Eventi

Scarica qui la guida di CER MANAGER

4-LE RICHIESTE DI QUOTAZIONE

07 Novembre 2017

CER MANAGER A ECOMONDO RiminiFiera 2017

CER MANAGER A ECOMONDO RiminiFiera 2017

Eventi

CER MANAGER sarà presente a Ecomondo RiminiFiera 2017 dal 7 al 10 novembre.

Ci troverete al Padiglione Hall Sud, insieme a Clarity Srl specializzata nello sviluppo di software per l’ambiente, azienda con la quale CER MANAGER collabora.

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07 Novembre 2017

Gli ecoreati entrano nel codice penale

Gli ecoreati entrano nel codice penale

Eventi

La riforma sui reati ambientali introduce cinque nuove fattispecie di crimine.
 Negli ultimi due anni i crimini ambientali si sono ridotti del 7% e sono aumentati del 20% gli arresti per tali illeciti. A dichiararlo è Legambiente nel Rapporto Ecomafia 2017. Merito, soprattutto della legge n. 68 in materia di riforma dei reati ambientali, pubblicata il 28 maggio 2015 in Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento ha incluso nel codice penale un nuovo titolo dedicato ai delitti contro l’ambiente (Libro II, Titolo VI-bis, artt. 452-bis-452-terdecies), introducendo, tra le tante cose, cinque nuove fattispecie di reato: inquinamento ambientale; disastro ambientale; traffico ed abbandono di materiale radioattivo; impedimento di controllo e omessa bonifica.

L’inquinamento ambientale ed il disastro ambientale. La fattispecie di inquinamento ambientale, prevista dall'art. 452-bis c.p., punisce con la reclusione da due a sei anni chiunque abusivamente cagiona una compromissione, o un deterioramento, significativi e misurabili in primo luogo delle acque, dell’aria, del suolo o del sottosuolo; in secondo luogo, di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. La fattispecie di disastro ambientale, al contrario, prevista dall’art. 452-quater cp., punisce con la reclusione da cinque a quindici anni, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale, vale a dire: l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con procedimenti eccezionali.

Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica. L’art. 452 se- xies cp. punisce l’abusivo traffico di materiale radioattivo con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a 50.000. È previsto un aumento di pena se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento di matrici ambientali descritte nella norma; un aumento di pena maggiore, fino alla metà, è previsto se dal fatto deriva pericolo per la vita o l’incolumità pubblica. L'art. 452 septies (impedito controllo) prevede la reclusione da sei mesi a tre anni per chi negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude fattività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene sul lavoro o ne compromette gli esiti. Insomma sono punite condotte di intralcio, elusione o compromissione degli esiti delle attività di vigilanza e controllo.

Il reato di omessa bonifica (art 452 terdecies) punisce con la reclusione da 1 a 4 anni e con la multa da 20.000 a 80.000 euro chiunque essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un’autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino e al recupero dello stato dei luoghi.

06 Novembre 2017

Centrali nella svolta verde

Centrali nella svolta verde

Eventi

Gli obiettivi della Strategia energetica nazionale (Sen) sono chiari: entro il 2030 uscita dal carbone nel settore elettrico e produzione da fonti rinnovabili pari al 27% dei consumi totali, che vuol dire non solo elettricità, ma anche trasporto e riscaldamento.

Al momento la quota di rinnovabili sui consumi finali è al 17,5%. Gli obiettivi che l’Italia si è data non sono impossibili, ha già raggiunto il target al 2020. E sul fronte produzione elettrica il fabbisogno soddisfatto da fonti verdi è stato in media pari al 37,9 del totale, una copertura superiore anche all’obiettivo della Politica energetica europea del 20% da raggiungere nel 2020. La transizione verso fonti verdi è già iniziata ma la strada è lunga. Le rinnovabili sono fonti non programmabili e per far fronte ai picchi di domanda resta fondamentale il contributo proveniente dalle fonti convenzionali. In questo contesto i cicli combinati, soprattutto quelli di ultima generazione più efficienti e flessibili, svolgono un ruolo determinate. Ma la tendenza è una progressiva riduzione della disponibilità di capacità da fonti fossili, negli ultimi cinque anni infatti i margini economici legati all'attività di generazione si sono ridotti e gli operatori hanno avviato un piano di dismissione degli impianti più vecchi e dispendiosi. Per garantire la sicurezza del sistema elettrico anche l’Italia si sta dotando del capacity market, che è già operativo in Gran Bretagna e in Francia. Il governo ad agosto ha notificato all’Antitrust Ue il meccanismo per il mercato della capacità italiano, che ha l’obiettivo di creare un equilibrio tra la capacità di generazione installata e il fabbisogno di energia elettrica. Bruxelles ha tempo 60 giorni per rispondere e a Roma non si aspettano colpi di scena. Se tutto dovesse filare liscio il prossimo anno potrebbe partire e le utility si vedrebbero remunerata la capacità disponibile

02 Novembre 2017

Rifiuti speciali, record nazionale

Rifiuti speciali, record nazionale

Eventi

Nelle dieci discariche del Bresciano si smaltisce l’81 per cento dei veleni lombardi.

Brescia si conferma capitale regionale e nazionale dei rifiuti speciali. Nelle 10 discariche attive si smaltisce l’81% delle scorie pericolose regionali ed il 17% di quelle italiane. Quantitativi nove volte superiori alle scorie smaltite in provincia di Milano e 13 volte superiori a quelle delle pur industriose province di Bergamo e Varese.

Sono i numeri dell’ultimo report Ispra: confermano le criticità sottolineate da tempo dagli ambientalisti, criticità che la Regione ha cercato di arginare introducendo «l'indice di pressione ambientale», per frenare l'apertura di nuovi siti di smaltimento. Numeri che nel futuro prossimo non sembrano destinati a calare: ci sono già altre due discariche autorizzate mentre altre cinque domande sono in stand by. Preoccupanti anche i dati sui controlli nelle 454 aziende più a rischio, soggette alle regole delle autorizzazioni integrate ambientali (Aia): in un caso su cinque si sono riscontrate irregolarità. 

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30 Ottobre 2017

Continuiamo a sprecare l’acqua. Nel 2030 ne servirà il 60% in più.

Continuiamo a sprecare l’acqua. Nel 2030 ne servirà il 60% in più.

Eventi

Nel mondo 700 milioni non hanno accesso a risorse idriche e oltre 2 miliardi sono senza servizi igienici. L’Onu avverte: il fabbisogno aumenterà. Intanto gli acquedotti italiani ne sperperano anche il 70%.

Per fare un chilo di carne di manzo servono 15.000 litri d’acqua (per irrigare i pascoli dove le mucche mangiano). Per fare un litro di etanolo (biocarburante) occorrono mille litri d'acqua. Due esempi di come viene usata l’acqua, un bene che nel tempo può diventare insufficiente e creare crisi sociali ed economiche gravissime.

L'Onu con la risoluzione Ga/10967, del 28 luglio 2010, ha definito «diritto dell’umanità» il diritto all’acqua e all’igiene. Entro il 2030 la domanda di energia e di acqua aumenterà del 60%, già oggi nel mondo 700 milioni di persone non hanno acqua e 2,4 miliardi non hanno servizi igienici. Il consumo di acqua nel mondo cresce il doppio dell’aumento della popolazione, l’acqua sulla terra sarebbe sufficiente ma è mal distribuita, mal impiegata. Secondo un rapporto Istat sulle risorse idriche, diffuso per il World Water Day 2017, gli acquedotti italiani perdono in media il 38,2% dell’acqua immessa. Il capoluogo di regione più virtuoso è Milano, con solo il 16,7% di perdite. Seguono Aosta (24,5%), Bolzano (26,5%), Genova (27,4%) e Torino (27,9%), per ultima rimane Potenza come capoluogo di record di rete colabrodo.

COME RISPARMIARE

Prima di arrivare alla desalinizzazione, una soluzione mondiale (e italiana) sarà aumentare il trattamento di recupero delle acque reflue. Oggi i Paesi «ricchi» trattano il 70% delle acque reflue, quelli «medi» il 38% e quelli «poveri» il 28%. Ma la media mondiale è molto bassa, l’80% delle acque reflue non viene recuperato. Le acque reflue sono acqua al 99% e il resto sono sostanze galleggianti, sospese, colloidali, disciolte e biologiche. 

23 Ottobre 2017

Fattore di pressione-bis, stop alle discariche

Fattore di pressione-bis, stop alle discariche

Eventi

La Regione Lombardia ha approvato il nuovo fattore di pressione, lo strumento che impedisce l'apertura di discariche o l'ampliamento di quelle esistenti in zone già ambientalmente stressate.

Il provvedimento riveduto e corretto anche sotto il profilo normativo, mette al riparo dal rischio impugnazione la misura che, in fase sperimentale, si è prestata ad interpretazioni giuridiche contraddittorie, fino all'ultima sentenza del Consiglio di Stato che ha legittimato dal punto di vista costituzionale l'operato della Regione.

Il nuovo indice fissa due vincoli: il primo, il cosiddetto fattore di pressione areale, identifica il volume massimo di rifiuti conferibili in discarica su un territorio di 78 chilometri quadrati, cioè l'area della superficie compresa nel raggio di 5 chilometri intorno al potenziale bacino di smaltimento rifiuti.

Il fattore di pressione comunale, invece, identifica essenzialmente un volume possibile di discariche all'interno del territorio comunale. Nel primo caso la soglia del divieto di discariche passa da 160 mila a 64.000 metri cubi di rifiuti per chilometro quadrato: una riduzione del 60% rispetto alla versione iniziale dell'indice di pressione. A livello comunale, invece, l'asticella scende a 145 mila metri cubi per chilometro quadrato. Nelle procedure di valutazione basterà il superamento di uno solo dei due valori per bloccare i progetti di siti per lo smaltimento.

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12 Ottobre 2017

Gare: iscrizione d’obbligo all’Albo Gestori Ambientali

Gare: iscrizione d’obbligo all’Albo Gestori Ambientali

Eventi

L’Anac fa suo il principio enunciato in una sentenza del Consiglio di Stato.

Cambio di rotta dell’Autorità nazionale anti corruzione (Anac) sul requisito di iscrizione all’Albo Gestori Ambientali e la partecipazione alle gare di appalto. L'iscrizione all’albo richiesto nelle gare di affidamento dei contratti pubblici è un requisito di partecipazione e non di esecuzione. Ciò vuol dire che le aziende sono tenute a dimostrare l’avvenuta iscrizione all’Albo Gestori Ambientali prima di poter partecipare ad una gara di appalto pubblico.

È quanto si legge in un comunicato del 28 agosto 2017 del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, con il quale si forniscono chiarimenti inerenti il requisito di iscrizione all’Albo Gestori Ambientali.

L’Autorità, nell’adunanza del 27 luglio 2017, ha infatti deliberato di modificare la propria posizione interpretativa e ritenere che il requisito di iscrizione all’Albo dei Gestori Ambientali richiesto nelle gare di affidamento dei contratti pubblici sia un requisito di partecipazione e non di esecuzione. La presenza soggettiva di siffatto requisito per poter concorrere alla gara è funzionale all’espletamento di un servizio particolare, che per sua natura non può prescindere da una corrispondente e adeguata caratterizzazione dei concorrenti.

La posizione dell’Anac arriva dopo il dispositivo della sentenza del 19 aprile 2017 n. 1825 della sezione V del Consiglio di Stato, nella quale è stato precisato che è l'ordinamento delle pubbliche commesse a specificare quali debbano essere i requisiti soggettivi pertinenti per la partecipazione a gara. Conseguentemente, il requisito dell'iscrizione all'Albo Gestori Ambientali è «un requisito speciale di idoneità professionale, in ipotesi da vagliare ai sensi dell’articolo 39 dlgs. n. 163 del 2006 e comunque, va posseduto già alla scadenza del termine di presentazione delle offerte, non già al mero momento di assumere il servizio, ottenuto.

09 Ottobre 2017

LE GUIDE DI CER MANAGER: MANUALE 3 - COME INSERIRE E GESTIRE LA PROPRIA AZIENDA

Eventi

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3-COME REGISTRARE E GESTIRE LA PROPRIA AZIENDA

04 Ottobre 2017

Nuove regole per terre e rocce da scavo riutilizzabili senza nullaosta

Nuove regole per terre e rocce da scavo riutilizzabili senza nullaosta

Eventi

Lo scorso 22 agosto è entrato in vigore il Dpr 120/2017 (Pubblicato sulla G. U. del 07/08/2017) recante la disciplina semplificata delle terre e rocce da scavo. Si tratta del suolo escavato derivante da attività finalizzate alla realizzazione di un’opera, tra le quali: scavi in genere (sbancamento, fondazioni, trincee); perforazione, trivellazione, palificazione, consolidamento; opere infrastrutturali (gallerie, strade); rimozione e livellamento di opere in terra.

Le soglie numeriche per i cantieri

Il cantiere in cui sono prodotte terre e rocce si definisce di grandi dimensioni se le quantità sono superiori a 6mila metri cubi, calcolati dalle sezioni di progetto:

·  sia nel corso di attività o di opere soggette a VIA (valutazione di impatto ambientale) o ad AIA (autorizzazione integrata ambientale);

·  sia per le attività di opere non soggette a queste procedure.

Al di sotto del limite di 6mila metri cubi il cantiere si definisce di piccole dimensioni.

La definizione di sottoprodotto

Affinché terre e rocce siano sottoprodotti occorre che:

·  siano generate nella realizzazione di un’opera il cui scopo primario non è la produzione di tale materiale;

·  siano utilizzabili senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale e, al contempo, soddisfino i requisiti di qualità ambientale che sono stati previsti dal nuovo Dpr 120/2017;

·  l’utilizzo sia conforme al piano o alla dichiarazione per l’utilizzo (piccoli cantieri).

Le condizioni per l’utilizzo specifico

Il riutilizzo delle terre e rocce da scavo, nel rispetto delle condizioni di legge, si verifica:

·  nel corso dell’esecuzione della stessa opera nella quale sono state generate o di un’opera diversa, per la realizzazione di reinterri, riempimenti, rimodellazioni, rilevati, miglioramenti fondiari o viari, recuperi ambientali oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali;

·  in processi produttivi, in sostituzione di materiali di cava.

Il deposito temporaneo e il trasporto

l deposito intermedio non costituisce utilizzo e non può superare la durata del piano di utilizzo; può essere effettuato nel sito di produzione, in quello di destino o in altro sito purché siano rispettati i requisiti previsti dall'articolo 5. Decorsa la durata temporanea, terre e rocce smettono di essere sottoprodotti e tornano rifiuti. Il trasporto fuori sito delle terre e rocce da scavo considerate sottoprodotti è accompagnato dalla documentazione indicata nell’allegato 7; scompare la notifica preventiva all’autorità competente per ciascun trasporto.

La comunicazione successiva all’impiego

La dichiarazione di avvenuto utilizzo attesta all’autorità competente l’impiego delle terre e rocce in conformità al piano (articolo 9) o alla dichiarazione prevista per i piccoli cantieri (articolo 21). Si tratta di un’autocertificazione redatta dal produttore o dall’esecutore, usando l’allegato 8 ed è trasmessa anche all’Arpa. Va resa entro il termine di validità del piano e della dichiarazione. In difetto, terre e rocce da sottoprodotti si trasformano in rifiuti.

02 Ottobre 2017

Obblighi Seveso anche sul suolo: quadro normativo di riferimento Unione Europea

Obblighi Seveso anche sul suolo: quadro normativo di riferimento Unione Europea

Eventi

Direttiva 2012/18/Ue

A)   Nota 5 dell’Allegato I:


• le sostanze pericolose non contemplate da regolamento (Ce) n. 1272/2008, compresi i rifiuti con potenzialità di incidenti rilevanti sono provvisoriamente assimilate a categoria o sostanza pericolosa più simile ex disciplina Seveso.

Questions & Answers
- Directive 2012/18/Ec - Seveso MI

B) Se la classificazione non può essere effettuata ex regolamento 1272/2008 è lecito utilizzare rilevanti fonti di informazione, come quelle «relative all’origine dei rifiuti, l’esperienza pratica, le prove effettuate, la classificazione per il trasporto o la classificazione secondo la legislazione europea sui rifiuti».

C) il suolo contaminato:

• «conservato o trattato in un sito» di un stabilimento rientra nella direttiva 2012/18/Ue;

• che «fa parte del terreno» dello stabilimento non rientra nella direttiva 2012/18/Ue

Quadro normativo di riferimento Italia

D) Nota 5 dell'Allegato 1:


• pedissequa alla più sopra menzionata Nota della direttiva 2012/18/Ue (di cui costituisce attuazione)

27 Settembre 2017

Obblighi Seveso anche sul suolo

Obblighi Seveso anche sul suolo

Eventi

Una volta escavato il suolo contenente sostanze pericolose oltre le soglie previste dalla disciplina «Seveso» fa scattare per l’azienda che lo gestisce gli obblighi previsti dalla severa normativa sul controllo degli incidenti industriali rilevanti. È uno dei chiarimenti contenuti nel documento «Questions & Answers - Directive 2012/18/ Ec - Seveso III», elaborato dall’Ue e diffuso, in italiano, dall’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Nel documento l’Ue precisa, infatti, come il suolo contaminato «conservato o trattato in un sito» dovrebbe essere trattato sulla base delle sue proprietà come una «miscela». E ai sensi della disciplina «Seveso», una miscela è una soluzione composta da due o più sostanze (pericolose). Secondo la stessa Ue resta invece fuori dalle stringenti regole ex direttiva 2012/18/Ue il suolo contaminato che «fa parte del terreno» dello stabilimento.

Alla base delle risposte, l’Ue pone la Nota 5 dell’Allegato I alla direttiva in parola, secondo il cui tenore: «Le sostanze pericolose che non sono comprese nel regolamento (Ce) n. 1272/2008, compresi i rifiuti, ma che si trovano o possono trovarsi in uno stabilimento e che presentano o possono presentare, nelle condizioni esistenti in detto stabilimento, proprietà analoghe per quanto riguarda la possibilità di incidenti rilevanti, sono provvisoriamente assimilate alla categoria o alla sostanza pericolosa specificata più simile che ricade nell’ambito di applicazione della presente direttiva». Se la classificazione delle sostanze contenute nelle terre non può essere effettuata ricorrendo al citato regolamento (Ce) n. 1272/2008 è lecito utilizzare altre rilevanti fonti di informazione, l’origine dei rifiuti, l’esperienza pratica, le prove effettuate, la classificazione per il trasporto o la classificazione secondo la legislazione europea sui rifiuti».

Sulla differente collocazione concettuale (ai fini «Seveso») tra suolo escavato e non escavato, l’Ue appare porsi in linea con quanto è previsto dalla diversa direttiva 2008/98/ Ce in base alla quale: sono a monte esclusi dalla disciplina sui rifiuti il terreno e il suolo non escavato, anche se contaminato (fermi restando gli obblighi di bonifica), il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel corso di attività di costruzione riutilizzato pedissequamente in situ; può invece essere rifiuto, sottoprodotto o materiale «end of waste» il suolo escavato non contaminato e altro materiale allo stato naturale utilizzati fuori dal sito di provenienza; sono rifiuti le terre escavate e contaminate.

Sulla scia dei chiarimenti Ue appare dunque ancor più evidente la peculiare valutazione che anche le imprese le quali trattano suolo contaminato devono effettuare in relazione agli inquinanti connessi ai residui gestiti. La nota 5 dell'Allegato I alla direttiva 2012/18/Ue impone infatti agli operatori di considerare non solo le sostanze (e rifiuti) che sicuramente già si trovano in loco e che presentano proprietà significative in relazione alla possibilità di incidenti rilevanti, ma anche quelle che potrebbero essere presenti e potrebbero, di conseguenza, avere dette proprietà di pericolo.

 

25 Settembre 2017

Trasmissione della quarta copia del formulario

Trasmissione della quarta copia del formulario

Eventi

La legge Ronchi subisce un colpo dal Ministero dell'Ambiente, che ammette clamorosamente l'esistenza della trasmissione elettronica dei documenti.

Di questo assurdo regolamento fanno parte i cosiddetti formulari di identificazione rifiuti, uno dei pochissimi documenti fiscali rimasti in Italia. Questi documenti, prima di essere utilizzati, devono essere vidimati presso la Camera di Commercio o l'Agenzia delle Entrate, devono essere redatti in 4 esemplari, compilati, datati e firmati da tutti i soggetti implicati (produttore del rifiuto, trasportatore, smaltitore finale). Le copie del formulario devono essere conservate da tutti questi soggetti per 5 anni.

La procedura di trasporto del rifiuto è notevolmente complicata: all'atto del prelievo una copia del formulario deve rimanere presso il produttore e le altre tre, controfirmate e datate in arrivo presso il destinatario, spettano una al destinatario e due al trasportatore, che però deve trasmetterne una al detentore/produttore. Questo perché, nel meccanismo che regola il settore italiano dei rifiuti, la copia già in possesso del produttore manca della importantissima firma del destinatario.

Quasi tutte le operazioni sopra descritte avvengono contestualmente al trasporto del rifiuto, per cui, più che appesantire burocraticamente le operazioni non fanno. Ma l’ultima, la restituzione al produttore della quarta copia, rimane fuori, e deve essere fatta successivamente. Come deve essere fatta la trasmissione di quest’ultima, la legge non lo dice.

La novità è che, interrogato specificamente sull’argomento, il Ministero dell’Ambiente ha ammesso la trasmissione elettronica della quarta copia. Con la nota datata 20 luglio 2017, è ammessa la possibilità di trasmettere il documento al produttore del rifiuto, in sostituzione della copia cartacea nel seguente modo:
- il documento deve essere acquisito tramite scanner in formato PDF/A,
- deve essere firmato elettronicamente, ma per fortuna senza marca temporale,
- deve essere inviato tramite PEC (Posta Elettronica Certificata) al produttore del rifiuto,
- deve essere archiviato elettronicamente con idoneo software certificato.

L'originale cartaceo deve essere archiviato, in armadi metallici resistenti al fuoco, in locali provvisti del Certificato di Prevenzione Incendi, e reso disponibile su richiesta alle autorità o al produttore.

20 Settembre 2017

Modifiche al regolamento EMAS

Modifiche al regolamento EMAS

Eventi

Con Regolamento 2017/1505 del 28 agosto 2017 in vigore dal 18 settembre 2017 la Commissione ha modificato gli allegati I, II e III del regolamento (CE) n. 1221/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio sull'adesione volontaria delle organizzazioni a un sistema comunitario di ecogestione e audit (EMAS).

La modifica è dovuta alla pubblicazione della nuova ISO 14001:2015 (terza edizione della norma) che ha sostituito la versione ISO 14001/2004 della stessa (che era citata negli allegati EMAS).

Gli allegati modificati definiscono le prescrizioni specifiche che le organizzazioni che intendono attuare EMAS o ottenere una registrazione EMAS devono rispettare.

La Commissione auspica che si tenga conto esclusivamente delle nuove disposizioni della norma internazionale ISO 14001:2015 nell'allegato I del regolamento (CE) n. 1221/2009 che stabilisce le prescrizioni per l'analisi ambientale e nell'allegato III al regolamento (CE) n. 1221/2009 che stabilisce le prescrizioni relative all'audit ambientale interno.

Ricordiamo infatti che a partire dal 15 settembre 2015, quando vennero pubblicate le edizioni delle norme ISO 9001:2015 e 14001:2015, era previsto un periodo di transizione di 3 anni, durante il quale restavano validi i certificati emessi a fronte delle precedenti edizioni delle norme. La validità dei certificati rinnovati in base alla ISO 9001:2008 e alla ISO 14001:2004, successivamente alla data di pubblicazione della nuova edizione, cesserà a partire dal 14 settembre 2018.

Il rispetto delle nuove prescrizioni

La Commissione riporta all'articolo 2 del Regolamento 2017/1505 che le disposizioni degli allegati del modificato Reg. n. 1221/2009 vanno accertate in occasione della verifica dell'organizzazione, a norma dell'articolo 18 del regolamento 1221.

Nel caso di un rinnovo della registrazione EMAS, se la verifica successiva deve essere effettuata prima del 14 marzo 2018, la data della verifica successiva può essere prorogata di sei mesi, previo accordo tra il verificatore ambientale e gli organismi competenti.

Tuttavia, prima del 14 settembre 2018, la verifica può, con l'accordo del verificatore ambientale, essere effettuata a norma delle prescrizioni del regolamento (CE) n. 1221/2009, come modificato dal regolamento (UE) n. 517/2013. In tal caso, la validità dell'attestazione del verificatore ambientale e il certificato di registrazione saranno validi solo fino al 14 settembre 2018.

18 Settembre 2017

Aree dismesse ed ex fabbriche: i terreni lombardi più inquinati

Aree dismesse ed ex fabbriche: i terreni lombardi più inquinati

Eventi

Sono 50 le aree lombarde che hanno bisogno di una bonifica ambientale. Di questi 50 siti, si conoscono i costi di bonifica solo di 18: oltre 63 milioni di euro che coprono appena il 36% delle aree da bonificare.

L'elenco rappresenta una vera e propria classifica in ordine decrescente stilata in base a criteri fissati da una delibera regionale. Si va dalla “pericolosità della classe dei contaminanti riscontrati”, allo “stato del procedimento”, passando dall’eventuale “ubicazione del sito in aree naturali protette” e dall’eventuale “ubicazione del sito in aree ritenute critiche a seguito della redazione delle mappe di pericolosità e di rischio di alluvioni”.

Un altro capitolo doloroso è quello delle rivalse, perché infondo la quasi totalità delle aree da bonificare sono private e toccherebbe dunque ai proprietari intervenire. Ciò però non avviene quasi mai. Qui subentrano i limiti della normativa nazionale. Bisogna mettere in conto che la maggior parte di quelle aree appartiene a società che hanno chiuso l’attività o che hanno dichiarato fallimento. Ci si potrebbe rivalere sulle fideiussioni, ma si parla di cifre esigue.

13 Settembre 2017

Criteri guida per la corretta classificazione dei rifiuti il quadro aggiornato ad agosto 2017

Criteri guida per la corretta classificazione dei rifiuti il quadro aggiornato ad agosto 2017

Eventi

Atti Ue self-executing

  1. Decisione 2014/995/Ue: • nuovo Elenco europeo dei rifiuti 
  2. Regolamento 1357/2014/Ue: • nuove caratteristiche di pericolo dei rifiuti 
  3. Regolamento 2017/997/Ue: • nuova voce di pericolo «HP 14 Ecotossico» (operativa dal luglio 2018) 
  4. Nota Minambiente 0011845/2015: • chiarimenti su disapplicazione norme nazionali incompatibili con Ue

Atti nazionali

  1. DI 91/2017 (come convertito in legge il 1/8/2017):  • chiarisce che la classificazione è effettuata in base a decisione 2014/955/Ue, regolamenti 1357/2014/Ue e 2017/997/Ue
  2. Nota tecnica Ispra su audizione 4 luglio 2017 in Senato: • considerazioni tecniche su procedura di classificazione rifiuti 
  3. Ordinanza Corte di cassazione 27 luglio 2017 n. 37460: • richiesta a Corte Ue di interpretazione pregiudiziale su ambito operatività decisione 955 e regolamento 1357 dell'Ue 

11 Settembre 2017

Criteri guida per la corretta classificazione dei rifiuti

Criteri guida per la corretta classificazione dei rifiuti

Eventi

Criterio guida per la corretta classificazione di un rifiuto è l’esame del ciclo produttivo o del tipo di prodotto da cui ha avuto origine il residuo, la cui conoscenza concorre in modo determinante nell’individuazione delle caratteristiche, anche di pericolosità, dello stesso. 

Il contesto normativo. 

La nota tecnica del 4 luglio u.s. diffusa dall’Ispra verte sull'articolo 9 del testo originario del decreto legge «Mezzogiorno» n.123 del 3 agosto 2017 (G.U. n.188 del 12/08/2017) in cui si specifica che “La classificazione dei rifiuti è effettuata dal produttore assegnando a essi il competente codice Cer e applicando le disposizioni contenute nella decisione 2014/955/Ue e nel regolamento (Ue) n. 1357/2014”.

L’attribuzione delle caratteristiche di pericolo. 

Nel caso di rifiuti con codici a specchio l’attribuzione delle caratteristiche di pericolo può essere dovuta a presenza di sostanze ben definite o al contenuto di sostanze pericolose non meglio specificate. La nota sottolinea come nel caso in cui l’attribuzione di pericolosità sia legata al livello di concentrazione di una o più determinate sostanze l’individuazione della pericolosità sia connessa alla ricerca di queste.

Nel caso di riferimento generico al contenuto di sostanze pericolose, la classificazione del rifiuto sarà vincolata alla ricerca di tutte le possibili sostanze pericolose che, in base al ciclo produttivo ovvero all'attività generatrice, potrebbero essere presenti nel rifiuto stesso.

Criterio guida dell’intera procedura di classificazione, è dunque il processo di origine del rifiuto, oltre alle informazioni contenute nei documenti di accompagnamento dei prodotti rivenuti rifiuti (come, per esempio, le schede di sicurezza) e quelle ottenute dalle analisi chimico-fisiche dei residui, l’eventuale pericolosità e arrivare alla finale identificazione del rifiuto. 

Le ultime novità legislative.

E’ stata approvata in via definitiva la legge n. 123/2017. Oltre a confermare il tenore della originaria novella apportata al dlgs 152/2006, il provvedimento in parola ne ha integrato il testo inserendo tra le fonti di diritto cui occorre far immediato riferimento nella classificazione dei rifiuti anche il regolamento 2017/997/Ue, l'atto recante la nuova voce della caratteristica di pericolo «HP 14 Ecotossico» applicabile però solo dal 5 luglio 2018. Un intervento legislativo, quello in parola, che oltre a essere meramente ricognitivo (per i motivi sopra esposti) appare parziale, poiché non allinea alla decisione 2014/955/Ue e al regolamento (Ue) n. 1357/2014 i contenuti tutti degli allegati D e l del dlgs 152/2006, che continuano invece ancora a restituirci rispettivamente il vecchio Elenco dei rifiuti e le vecchie categorie di pericolosità previsti dalla pregressa disciplina Ue. 

In attesa della pronuncia Ue nell’ambito delle norme in materia di classificazione dei rifiuti, il giudice di legittimità ha infatti con ordinanza del 27 luglio 2017 n. 37460 sospeso il giudizio ed effettuato ex articolo 267 del Tfue il dovuto rinvio pregiudiziale della questione alla Corte Ue, ponendo quattro quesiti. 

Le domande cui l’Unione europea dovrà fornire prossimamente risposte sono in sostanza le seguenti:

1-se in relazione alla classificazione dei rifiuti con voci speculari le suddette norme debbano essere interpretate nel senso che il produttore del rifiuto, quando non ne è nota la composizione, debba procedere alla previa caratterizzazione e in quali eventuali limiti;

2-se la ricerca delle sostanze pericolose debba essere fatta in base a metodiche uniformi predeterminate;

3-se la ricerca di dette sostanze debba basarsi su una verifica accurata e rappresentativa che tenga conto della composizione del rifiuto, se già nota o individuata in fase di caratterizzazione, o se invece essa ricerca possa essere effettuata secondo criteri probabilistici considerando quelle che potrebbero essere ragionevolmente presenti nel rifiuto;

4-se, nel dubbio o nell’impossibilità di provvedere con certezza all’individuazione della presenza o meno delle sostanze pericolose nel rifiuto, questo debba o meno essere comunque classificato e trattato come rifiuto pericoloso in applicazione del principio di precauzione.

06 Settembre 2017

LE GUIDE DI CER MANAGER: MANUALE 2 - COME EFFETTUARE LE RICERCHE

Eventi

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2-COME EFFETTUARE LE RICERCHE

31 Agosto 2017

A Ispra il secondo deposito per le scorie nucleari Ue

A Ispra il secondo deposito per le scorie nucleari Ue

Eventi

Si chiama Area41 e in sigla Isf (Interim Storage Facility), il nuovo deposito nucleare costruito dalla Ue nel centro ricerche di lspra a Varese. Il deposito, inaugurato lo scorso 9 giugno, può contenere fino a 14mila tonnellate di residui nucleari dei laboratori di ricerca. La Commissione Ue ha costruito un grande deposito per i residui radioattivi nel centro europeo di ricerca di Ispra, nella provincia di Varese a pochi chilometri dalla riva del lago Maggiore. 

L'impianto si chiama Area41 e per entrarvi servono paginate di autorizzazioni e due diverse barriere di controllo con cancelli e vetri blindati. Area41 è un capannone speciale, con pareti spessissime. Servirà per ospitare i rifiuti nucleari generati dalle attività del centro ricerche europeo. 

Nel frattempo la direzione e la commissione di ricerca nucleare Europea, vogliono già usare l'impianto prima di cominciare a ospitare i rifiuti atomici condizionati e preparati, inscatolati come matriosche dentro a fusti d'acciaio tombati in blocchi di cemento racchiusi in casse d'acciaio. 

Se l'Europa costruisce in Italia il secondo stoccaggio temporaneo per i residui contaminati, l'Italia è ferma. I rifiuti nucleari ad alta radioattività delle quattro vecchie centrali atomiche spente sono in condizionamento negli impianti francesi e inglesi, e potranno andare in futuro in un deposito consortile europeo ancora da costruire. Ma in Italia ci sono più di venti depositi nucleari temporanei distribuiti ovunque. Contengono il cobalto 60 della diagnostica ospedaliera e degli usi industriali, l'uranio che si usava come inconsapevole contrappeso dei soprammobili degli anni '60, le teste ionizzanti dei parafulmini. 

A poco più di 14 mesi dall’avvio della procedura d’infrazione Ue contro l’Italia per mancata trasmissione a Bruxelles del Programma nazionale di gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, è arrivata il 13/07 la lettera di costituzione in mora. Il programma dei rifiuti nucleari doveva essere notificato alla Commissione europea entro il 23 agosto 2015. Adesso il nostro paese ha due mesi di tempo per adempiere ai propri obblighi, dopodiché potrebbe scattare il deferimento alla Corte di Giustizia Ue.

30 Agosto 2017

Green bond compie 10 anni

Green bond compie 10 anni

Eventi

Giunto nel 2017 al suo decimo anno di età, il mercato dei Green bond punta ora al grande salto di qualità per aiutare l’ambiente.

L’Europa è in prima fila nella tutela dell'ambiente e conferma la sua leadership anche nell'ambito della finanza verde, infatti per festeggiare il decimo compleanno dei Green bond (obbligazioni speciali legate alla salvaguardia dell'ambiente e del clima) emessi per la prima volta nel 2007, la Bei (Banca Europea degli Investimenti) punta ad un piano ambizioso: nuove emissioni per 100 miliardi quest'anno, con coinvolgimento sempre maggiore delle banche e dei singoli Stati. 

I green bond sono obbligazioni del tutto uguali, in termini di cedole o di scadenza, alle altre, ma diventano speciali perché finalizzate esclusivamente alla destinazione di fondi per la sostenibilità, la salvaguardia ambientale e climatica, per l'efficienza energetica. Chi li emette si impegna a utilizzare le risorse raccolte per finanziare progetti dedicati alla sostenibilità climatica o all'efficienza energetica. Ogni green bond è abbinato a uno specifico progetto e chi lo 

sottoscrive è informato puntualmente. 

Uno strumento che negli ultimi tre, quattro anni è diventato competitivo e sempre in crescita. Attualmente i titoli in circolazione sono 200 miliardi e per il 2017 si punta ad un obiettivo record: salire dagli 84 miliardi di emissioni del 2016 a quota 100.

10 Agosto 2017

AMIANTO: GLI ONERI DEI PROPRIETARI

AMIANTO: GLI ONERI DEI PROPRIETARI

Eventi

 

LE TAPPE RAGGIUNTE Materiale vietato da 25 anni
L'uso dell'amianto nelle costruzioni è stato vietato in Italia dalla legge 257/1992. Il Dm del 6 settembre 1994 ha indicato le attività da compiere per controllare l'amianto già presente nei vecchi edifici, mantenerlo in sicurezza e, nel caso bonificarlo.
LE NORME DA COORDINARE I piani delle Regioni
La disciplina nazionale (legge 257/1992) va integrata con le disposizioni regionali: ad esempio il Pral (piano regionale amianto) della regione Lombardia che richiede la bonifica progressiva dell'amianto notificato alla Asl.
I LUOGHI DI LAVORO Il datore di lavoro è responsabile
La disciplina sull'amianto come materiale presente in un immobile deve essere integrata anche con il Dlgs 81/2008 per la protezione dei lavoratori da sostanze pericolose. In questo caso, è il datore di lavoro ad assumersi le relative responsabilità di sorveglianza e bonifica.
I SOGGETTI TENUTI Gli obblighi del proprietario e dell'utilizzatore
Se l'immobile è utilizzato da un altro soggetto che abbia i compiti di gestione ordinaria e straordinaria, allora è ammissibile che sarà costui il soggetto deputato alla gestione dell'amianto (soprattutto se questi è un datore di lavoro, come spesso succede). Se il contratto che permette l'utilizzo termina, il proprietario rientra in tutti gli obblighi di controllo e gestione dell'amianto anche se non sta affatto utilizzando l'immobile.
LE SANZIONI MINIME E MASSIME Anche dalle Regioni
Sono nazionali, ma le Regioni possono imporre ulteriori adempimenti e sanzioni. Il mancato smaltimento e la bonifica è punito con una sanzione amministrativa da 2.582 a 15.493 euro. L'inosservanza degli obblighi di messa in sicurezza può costare da 3.615 a 18.675 euro.

02 Agosto 2017

LE GUIDE DI CER MANAGER: MANUALE 1 - COME REGISTRARI IN CER MANAGER

Eventi

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1-COME REGISTRARTI SUL PORTALE

 

28 Luglio 2017

Amianto, gli oneri del proprietario

Amianto, gli oneri del proprietario

Eventi

II recente incendio che ha distrutto un capannone alle porte di Roma ha portato drammaticamente alla ribalta il tema della bonifica dell’amianto e, con esso, la disciplina degli immobili con amianto e l’individuazione delle responsabilità in capo ai proprietari. 

Una recente pronuncia del Tar Lombardia (sezione Milano, sentenza 572/2017) ha ribadito che la gestione dell’amianto è un'attività imputabile al proprietario perché dipende dallo stato dell’immobile e non dall’attività economica svolta in esso. L’uso dell’amianto è stato molto frequente nell’edilizia fino al 1992, anno in cui il suo impiego è stato vietato dalla legge 257. Per una definizione completa degli obblighi dei proprietari di immobili con amianto, occorre una diagnosi dello stato del bene, proprio per comprendere anzitutto se sia presente o meno amianto nella struttura e in quali condizioni esso versi. 

Ma attenzione: il censimento degli edifici in cui è presente amianto è obbligatorio per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico e di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti, mentre è facoltativo per i proprietari delle singole unità, ferma la possibilità per Asl e Comuni di chiedere informazioni e documenti e ferme le specifiche norme regionali.

Se l’amianto è in buone condizioni, non occorre rimuoverlo, ma è obbligatorio condurre compagne di controllo e manutenzione del bene. Viceversa, in caso di danneggiamento (o deterioramento), occorre procedere con la bonifica. 

Il controllo e manutenzione dello stato dell’amianto include un ampio novero di attività: dalla predisposizione di un pro- gramma di controllo e manutenzione, alla designazione di una figura responsabile con compiti di controllo e coordinamento di tutte le attività manutentive che interessano i materiali di amianto. È poi necessario documentare l’ubicazione dell’amianto, predisporre adeguate misure di sicurezza e fornire le necessarie informazioni agli occupanti dell’edificio sulla presenza di amianto nello stabile, sui rischi potenziali e sui comportamenti da adottare. 

In caso di danneggiamento, deterioramento o comunque quando la diagnosi abbia evidenziato amianto in cattive condizioni occorre procedere con la bonifica del manufatto. 

I metodi di bonifica sono tre: la rimozione; l’incapsulamento; il confinamento. 

In materia di rimozione dell’amianto deve essere esclusa ogni rilevanza al dolo o alla colpa del proprietario dell’immobile interessato dalla presenza di amianto: su di lui gli oneri della rimozione ricadono per una sorta di collegamento oggettivo con il possesso dell’immobile stesso (Tar Toscana, sezione II, 6 dicembre 2012, n. 1973).

Nello stesso senso (oltre al Tar Lombardia citato) anche il Tar Marche con sentenza 571del 19 ottobre 2016 ha riconosciuto il passaggio di responsabilità tra cedente e cessionario di beni immobili in cui è presente amianto, con la conseguenza che è il soggetto che detiene l’immobile, nel momento in cui si verificano le condizioni che impongono la bonifica, che dovrà attivarsi per l’esecuzione.

24 Luglio 2017

Rifiuti pericolosi classificati secondo le regole Ue: lo stato dell’arte

Rifiuti pericolosi classificati secondo le regole Ue: lo stato dell’arte

Eventi

LO STATO DELL'ARTE

Le fonti comunitarie di diretta applicazione

1) Dal 1° giugno 2015 sono immediatamente e direttamente applicabili negli Stati Ue:
• il nuovo Elenco europeo dei rifiuti ex decisione 2014/995/Ue; • le nuove caratteristiche di pericolo dei rifiuti ex regolamento Ue 1357/2014.

 

Gli atti ricognitivi del Legislatore nazionale

 

2) Con Nota 28/9/2015 n. 0011845 il Minambiente ha reso atto:
• della piena e integrale applicazione sul piano nazionale a partire dall'1/6/2015 delle citate norme Ue;
• della prevalenza delle stesse sulle contrastanti norme
ex allegati D ed I, Parte Quarta, Igs 152/2006.
3) Il 20 giugno 2017 n. 91 ha modificato la (sola) premessa all'allegato D del Igs 152/2006 specificando che la «classificazione dei rifiuti è effettuata dal produttore assegnando ad essi il competente codice Cer e applicando le disposizioni contenute nella decisione 2014/955/Ue e nel regolamento (Ue) n. 1357/2014».

 

Le ulteriori novità Ue

4) Dal 5 luglio 2018 sarà immediatamente applicabile sul territorio nazionale la nuova voce della caratteristica di pericolo «HP 14 Ecotossico» ex regolamento (Ue) 2017/997

19 Luglio 2017

Il rapporto Ecomafie 2017 di Legambiente

Il rapporto Ecomafie 2017 di Legambiente

Eventi

Nel 2016 sono stati 25.889 i reati ambientali accertati su tutto il territorio nazionale, 71 al giorno, 3 ogni ora. Crescono del 20% gli arresti e diminuiscono del 7% gli illeciti, buoni esiti della legge entrata in vigore due anni fa. Ma in tutta la Penisola dilaga la corruzione, l’altra faccia delle ecomafie, con la Lombardia e il Lazio in testa. E se calano i reati contro gli animali e quelli relativi al ciclo illegale del cemento, aumentano quelli legati ai rifiuti e gli incendi (che hanno mandato in fumo più di 27.000 ettari), con un boom inaspettato del business dei sacchetti di plastica, nuovo paradiso delle cosche. È un quadro in chiaroscuro quello fotografato dal dossier Ecomafia 2017 di Legambiente a Roma, alla Camera. Resta la morsa dell’ecomafia nel Mezzogiorno, con la Campania in testa alla classifica regionale degli illeciti. Il Lazio è sempre la prima regione del centro Italia, la Liguria è la prima del Nord. 

Per i reati contestati nella gestione dei rifiuti, nel 2016 sono stati 5.722 con una crescita di quasi il 12%, le persone denunciate (+18,55) quasi 16 al giorno, gli arresti 118 (+40%) e i sequestri 2.202.

Per quanto riguarda le attività organizzate di traffico illecito dei rifiuti al 31 maggio 2017 le inchieste sono diventate 346, con 1.649 ordinanze di custodia cautelare, 7.976 denunce e il coinvolgimento di 914 aziende. 

Sommando i sequestri effettuati nell'ultimo anno e mezzo, e solo nell'ambito di 29 inchieste monitorate, le tonnellate bloccate sono state più di 756.000».

17 Luglio 2017

16 ottobre 2017: nuove regole per il responsabile tecnico rifiuti

Eventi

Dal 16 ottobre 2017 cambiano i requisiti per svolgere l’attività di responsabile tecnico della gestione rifiuti. A dettare tempistiche e regole della riforma prevista dal dm 120/2014 sono le delibere n. 6 e 7 del 30 maggio 2017 dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali. Ai sensi dell'articolo 10 dello stesso decreto le imprese e gli enti che fanno richiesta di iscrizione all'Albo devono necessariamente nominare, a pena di improcedibilità della relativa domanda, un responsabile tecnico in possesso dei requisiti professionali stabiliti dal dm 120/2014 e dai regolamenti del Comitato Nazionale dell'Albo. 

Secondo quanto disposto dagli articoli 10, 11 e 12 del dm 120/2014, il responsabile tecnico deve essere in possesso di determinati requisiti di carattere sia generale che specifico.

Tra i requisiti di carattere generale vi sono l’assenza di interdizione o inabilitazione dagli uffici direttivi di persone giuridiche e imprese, l’assenza di recenti condanne per reati gravi o di settore, l'assenza di misure restrittive antimafia. 

Tra i requisiti di carattere specifico, vi sono il titolo di studio, esperienza maturata nei settori di attività, idoneità attestata da una verifica della preparazione sia iniziale che di aggiornamento quinquennale.

La delibera n. 7/2017 individua come modalità di verifica una prova d'esame da sostenere in sessioni prefissate davanti alle Sezioni locali dell'Albo e costituita da 80 quesiti a risposta multipla. Per il superamento dell'esame occorreranno almeno 66 punti nella verifica iniziale e almeno 58 in quella di aggiornamento quinquennale. 

Le nuove regole su requisiti e relativa verifica acquisiscono operatività dal 16 ottobre 2017, data di entrata in vigore della deliberazione 6/2017. Fino a tale data le domande relative alla nomina del responsabile tecnico presentate saranno dall'Albo istruite e deliberate ai sensi delle disposizioni precedenti alla nuova disciplina in essere; i responsabili tecnici in attività in imprese/enti già iscritte all'Albo possono continuare a svolgerla in regime transitorio per cinque anni alla scadenza dei quali dovranno poi sostenere la verifica di aggiornamento per poterla proseguire.

12 Luglio 2017

Riforma VIA in Gazzetta Ufficiale

Riforma VIA in Gazzetta Ufficiale

Eventi

È stata pubblicata il 6 luglio in Gazzetta Ufficiale la riforma della disciplina della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).

Il decreto legislativo del 16 giugno scorso, che recepisce la direttiva 2014/52/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, modifica le procedure di Valutazione dell’Impatto Ambientale dei progetti pubblici e privati.

Il “cuore” della nuova VIA è la possibilità, in alternativa a quello ordinario, di poter richiedere, per i progetti di competenza statale, un provvedimento unico ambientale che coordina e sostituisce tutti i titoli abilitativi o autorizzativi comunque riconducibili ai fattori ‘ambientali’. Per la conclusione di tutti i procedimenti di valutazione ambientale sono inoltre previsti termini perentori che, se non rispettati, comportano la possibilità di operare in regime di sostituzione amministrativa, con conseguenti profili di responsabilità.

Per la fase dello ‘screening’ potrà essere presentato, come previsto dalla normativa europea, esclusivamente lo studio preliminare ambientale, mentre per la procedura di VIA vera e propria, sempre in linea con quanto richiesto dalla direttiva europea, si potranno presentare elaborati progettuali a un livello informativo e di dettaglio, almeno equivalente al progetto di fattibilità o, comunque, tali da consentire la compiuta valutazione degli impatti ambientali. 

In qualsiasi momento potrà essere attivata con l’autorità competente una fase di confronto per definire il livello di dettaglio degli elaborati necessari. Sarà poi possibile richiedere all’autorità competente una valutazione preliminare del progetto (il ‘pre-screening’) per individuare la corretta procedura da avviare: questo riguarda in particolare gli interventi di modifica di progetti già realizzati e gli adeguamenti tecnici volti al miglioramento delle prestazioni ambientali, quali ad esempio il repowering degli impianti eolici.

Altra novità della riforma è la riorganizzazione della Commissione VIA, che opera presso il Ministero dell’Ambiente, nella direzione di un miglioramento delle performances e per l’integrale copertura dei costi di funzionamento a valere esclusivamente sulle tariffe versate dai proponenti: proprio allo scopo di accelerare le istruttorie di competenza statale è stata prevista la costituzione di un Comitato tecnico a supporto della Commissione. Il provvedimento determina anche la completa digitalizzazione degli oneri informativi a carico dei proponenti, con l’eliminazione integrale degli obblighi di pubblicazione sui mezzi di stampa.

10 Luglio 2017

Discariche, l'indice di pressione è rimasto salvo

Discariche, l'indice di pressione è rimasto salvo

Eventi

Per indice di pressione, si intende una normativa tecnica che, a fronte della presenza in un determinato territorio di altri impianti di discarica, possa limitarne il numero, sempre che ricorrano determinati limiti tecnici contenuti nel Piano Regionale della Lombardia per la gestione dei rifiuti, che dipendono dalla superficie del territorio comunale e dalla quantità di rifiuti ivi conferiti. 

La sentenza del Consiglio di Stato, (Sezione 4°, 2790/2017) non mette in discussione i criteri di localizzazione degli impianti di discarica, che certamente la Regione Lombardia può amministrare nell'ambito della gestione del proprio territorio, ma chiama in causa le normative tecniche che sarebbero contenute nel piano di gestione dei rifiuti regionale e che andrebbero ad interferire con le prerogative dello Stato, che ha la competenza normativa esclusiva in materia di rifiuti. 

L’indice di pressione non è stato messo in discussione da quest'ultima sentenza, ma lo sono state altre norme contenute nel Piano di gestione dei rifiuti, che il Consiglio di Stato ha voluto ribadire essere riservate alla sola competenza dello Stato. 

L’art. 195 del Codice dell’Ambiente (D. Lgs 152/2006) ha delegato il Governo ad emanare normative in ordine alle localizzazioni e ad altre disposizioni circa gli impianti di trattamento e smaltimento dei rifiuti, ma il Governo non ha ancora provveduto. 

L’indice di pressione è rimasto salvo in linea di principio, anche se questo specifico meccanismo previsto dalla Regione Lombardia potrebbe apparire insufficiente e conseguentemente dovrebbe a sua volta essere rivisto.

05 Luglio 2017

È nato lo smartphone riciclabile che rispetta l’ambiente

È nato lo smartphone riciclabile che rispetta l’ambiente

Eventi

Oramai si sa, la durata media dei moderni telefonini prima della sostituzione è molto breve, in media va dai 12 ai 18 mesi. Le vendite degli smartphone aumentano sempre di più, generando un enorme mole di “rifiuti elettronici” e creando un forte impatto sul nostro pianeta.

Molte aziende del settore investono risorse per migliorare la sostenibilità ambientale, una di queste è olandese ed ha lanciato sul mercato uno smartphone riciclabile. Ecologico in tutte le sue fasi, dall'estrazione dei minerali al design del prodotto, dall'assemblaggio in Cina fino ad arrivare al riciclaggio.

Fairphone si presenta rispettando quattro step essenziali che lo rendono un modello vincente per l’ambiente: un design di lunga durata; la scelta di materiali fair; buone condizioni di lavoro in cui viene prodotto; riuso e riciclo. È il primo telefono modulare al mondo: l'utente lo può smontare e sostituire le componenti interne senza ricorrere a un centro assistenza. I ricambi si acquistano direttamente sullo store online dell'azienda. Lo scopo di Fairphone è quello di prolungare la vita del prodotto almeno di 4 anni cercando di sostituirlo il meno possibile e aumentandone così la sostenibilità, fino ad arrivare al riciclo del dispositivo, finalizzato soprattutto a recuperare i preziosi minerali della componentistica. Investire sulla sostenibilità è oggi una scelta vincente!

03 Luglio 2017

Rifiuti pericolosi classificati solo secondo le regole Ue

Rifiuti pericolosi classificati solo secondo le regole Ue

Eventi

II Dl 91/2017 restituisce alla classificazione dei rifiuti la giusta fattibilità. Infatti, l'articolo 9 del Dl 91/2017 (pubblicato sulla G. U. n. 141 del 20 giugno scorso ed entrato in vigore il giorno successivo) stabilisce che la classificazione dei rifiuti avviene in base alle norme europee. 

L’Art. 9 del Dl 91/2017 sostituisce espressamente l'articolo 13, comma 5, lettera b-bis, del decreto legge 91/2014 (convertito dalla legge 116/2014) che, con i suoi numeri da 1 a 7, aveva modificato la premessa all'allegato D al «Codice ambientale», parte quarta.

Le norme comunitarie citate dal nuovo Dl 91/2017 sono il regolamento Ue 1357/2014 e la decisione 2014/955/Ue, applicabili in tutti gli Stati membri dal 1° giugno 2015. In tal senso si era anche espresso il Consiglio di Stato con parere del 14 maggio 2015. Nonostante fosse tutto così chiaro, in Italia perdurava la classificazione dei rifiuti disciplinata non dalle norme Ue ma bensì dal DI 91/2014 che stravolgeva l'impianto europeo e del quale si pretendeva la sopravvivenza anche dopo il 1° giugno 2015. 

Il nuovo DI 91/2017 afferma che «la classificazione dei rifiuti è effettuata dal produttore assegnando ad essi» il Codice europeo dei rifiuti (Cer) «ed applicando le disposizioni» comunitarie sopra indicate.

Il Dl 91/2014 stabiliva invece che «quando le sostanze presenti in un rifiuto non sono note, ovvero le caratteristiche di pericolo non possono essere determinate, il rifiuto si classificava come pericoloso». Invece, la decisione 955/2014/Ue stabilisce che la classificazione di un rifiuto come pericoloso deve essere effettuata ricercando solo le sostanze pericolose «pertinenti» e non tutte quelle che possono conferire le caratteristiche di pericolosità al rifiuto. Ancora, secondo il vecchio DI 91/2014, per individuare i composti presenti nel rifiuto si doveva necessariamente disporre di: scheda informativa del produttore; conoscenza del processo chimico; campionamento e analisi del rifiuto. Invece, la decisione Ue stabilisce che campionamenti e analisi del rifiuto non vanno eseguiti se il produttore dispone di sufficienti informazioni che gli consentono la classificazione. 

Il dover ricercare integralmente tutti i composti dei rifiuti e non di quelli per i quali sarebbe ragionevole ricercare, comporta l’impossibilità di dimostrare e quindi di classificare il rifiuto come non pericoloso anche quando lo stesso non possiede alcuna delle caratteristiche di pericolo recate dal regolamento (Ue) 1357/2014.
Quindi, secondo il vecchio DI 91/2014, diventavano pericolosi tutti i rifiuti per i quali non era possibile ricercare la composizione "integrale" di quanto contenevano (si pensi ai rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento dei rifiuti urbani).

28 Giugno 2017

Bonifiche nella Terra dei Fuochi: liberate dai veleni solo lo 0,8 % del territorio

Bonifiche nella Terra dei Fuochi: liberate dai veleni solo lo 0,8 % del territorio

Eventi

Tra richieste e ricorsi i lavori di bonifica vanno a rilento. Sono circa ottantamila metri cubi i rifiuti tossici abbandonati in Campania, nei venti comuni della Terra dei Fuochi, e anche se i roghi (con la presenza dei militari che pattugliano le zone) sono dimezzati, i siti continuano purtroppo a sprigionare veleni. Nonostante il mezzo miliardo di euro stanziato per effettuare le bonifiche di questi siti contaminati, solo lo 0,8 per cento del territorio è stato pulito dai rifiuti tossici.

C’è ancora tanto da fare se si considera che la Campania è la regione italiana con la maggiore estensione di superficie di siti contaminati, il 15,5 per cento del totale dei siti da bonificare in Italia. Infatti con il piano di bonifiche sono stati individuati 183 siti sicuramente inquinati, altri 2951 potenzialmente inquinati. Non a caso l’Europa ha sanzionato l’Italia per la mancata messa in sicurezza delle vecchie discariche comunali presenti in Campania, infatti risulta essere l’ultima regione per bonifiche effettuate.

26 Giugno 2017

L’isola di Henderson sommersa dalla plastica

L’isola di Henderson sommersa dalla plastica

Eventi

L’isola di Henderson patrimonio mondiale dell’Unesco, situata nel Sud dell’Oceano Pacifico è uno degli atolli più antico del mondo, ma anche il più inquinato in cui il suo ecosistema è stata distrutto dall’attività umana. L’isola infatti copre 3700 ettari ed è sepolta da quasi 18 tonnellate di plastica che si sono accumulate su quest’isola disabitata, la maggior parte dei detriti, circa il 68% non sono neppure visibili, in quanto sepolti dalla sabbia a circa 10 cm di profondità.

Quest’isola rappresenta l’esempio evidente del problema e della velocità con la quale si produce e si getta plastica a livello mondiale.

21 Giugno 2017

Raee, regole per garanzia finanziaria a carico produttori Aee

Raee, regole per garanzia finanziaria a carico produttori Aee

Eventi

Il Ministero dell’Ambiente ha rilasciato il regolamento sulle modalità di prestazione delle garanzie finanziarie a carico del produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche domestiche. Il Decreto Ministeriale del 9 marzo 2017 e precisamente il n. 68 in vigore dall’11 giugno, ai sensi dell’articolo 25 del Dlgs 49/2014 definisce la modalità di prestazione delle garanzie finanziarie sia da parte del singolo produttore sia attraverso il sistema collettivo. La garanzia finanziaria è prestata in riferimento alla gestione dei rifiuti di apparecchi elettrici ed elettronici provenienti da uso domestico.

Per i Raee professionali il finanziamento della gestione dei rifiuti elettronici è garantito attraverso l’organizzazione di sistemi individuali o con la partecipazione ai sistemi collettivi. La garanzia finanziaria è prestata ogni anno in favore del Ministero dell’Ambiente. I soggetti obbligati trasmettono annualmente al centro di coordinamento Raee il costo atteso delle operazioni di gestione dei Raee domestici, cioè i costi connessi agli obblighi di raccolta, trattamento recupero e smaltimento imposti dal Dlgs 49/2014 per l’anno in cui viene prestata la garanzia.

19 Giugno 2017

Auto elettriche: Italia come Norvegia?

Auto elettriche: Italia come Norvegia?

Eventi

La Norvegia nonostante sia uno dei maggiori produttori di petrolio in Europa, vuole fare a meno della benzina, infatti grazie a forti incentivi pubblici, è diventata il Paese con la più alta quota al mondo di vetture a emissione zero: ogni 10 auto vendute, 3 sono elettriche. Nel 2016 ne sono state immatricolate il 29 per cento contro il 6 per cento dei Paesi Bassi e il 3,6 della Svezia, molto lontana resta purtroppo l’Italia con appena lo 0,1 per cento. Per arrivare a questi risultati è stata applicata una politica di incentivi sia di tipo fiscale, sia sotto forma di incentivi d’uso quali:

  • chi acquista un’auto a emissione zero è esentato dal pagare la tassa di immatricolazione e l’iva fino al 2020;
  • il pieno gratis presso le stazioni di auto pubbliche;
  • l’accesso alle corsie di autobus;
  • tariffe ridotte sui traghetti;
  • parcheggio pubblico gratuito.

L’auto elettrica è un modello di mobilità virtuosa, guidare un’auto elettrica significa entrare in contatto con il mondo circostante, che diventa un vero e proprio rispetto dell’ambiente se si considera la totale assenza di emissioni.

14 Giugno 2017

Gli USA chiudono la porta all’ accordo di Parigi sul clima

Gli USA chiudono la porta all’ accordo di Parigi sul clima

Eventi

Trump si ritira dall’accordo internazionale di Parigi per combattere il cambiamento climatico. Una rottura storica e clamorosa con le altre potenze mondiali che nel 2015 insieme all’accordo firmato da Barack Obama si erano tutte impegnate a ridurre le emissioni nocive per contrastare il riscaldamento climatico. Questa decisione Trump l’aveva già anticipata durante la sua campagna elettorale, di cancellare la firma degli Stati Uniti in calce all’accordo dichiarando che tutto ciò danneggiava l’economia USA. Si è comunque reso disponibile a nuove trattative ambientali, l’Europa respinge categoricamente questa decisione, dicendo che NON è negoziabile la salute e la salvaguardia del clima!

12 Giugno 2017

Bonifiche – Regione Lombardia: in 10 anni spesi 8,5 milioni, 77 i siti contaminati

Bonifiche – Regione Lombardia: in 10 anni spesi 8,5 milioni, 77 i siti contaminati

Eventi

Nell’ultimo decennio la Regione Lombardia ha investito ben 8,5 milioni di euro per bonificare aree contaminate nella Bergamasca, infatti, solo in questa zona sono ben 77 le aree contaminate che sono in fase di bonifica o in attesa di intervento, 45 le aree potenzialmente contaminate e 94 i siti già bonificati.

I dati lombardi sono davvero preoccupanti: in tutta la Regione sono circa 3.500 le zone con emergenze ambientali: 839 i siti contaminati, più di 800 le zone potenzialmente contaminate e circa 1.887 le aree bonificate. La provincia più colpita è Milano con circa 1.200 siti bonificati, quasi 400 contaminati e altrettanti potenzialmente contaminati. Dopo segue Varese (176 bonifiche, 68 siti contaminati e 41 potenzialmente) e Brescia (116,96 e 53).

Ma in questi casi cosa dice la legge?

Le regole per gli interventi di bonifica sono precise. In caso di sospetta o evidente contaminazione, il responsabile è tenuto a fare un’indagine preliminare per verificare se vi è inquinamento. Nel caso la contaminazione risultasse positiva si procede a caratterizzare il sito e successivamente si effettua l’analisi di rischio, cioè alla verifica che la contaminazione possa portare ad un rischio ambientale e sanitario. Possono essere previste alcune opere come ad esempio la rimozione della contaminazione; nel caso più grave si procede alla bonifica del sito. Il soggetto che deve effettuare la bonifica è il responsabile della contaminazione. Nel caso in cui il responsabile non procedesse, il Comune si sostituisce al privato utilizzando i fondi pubblici e poi si rivarrà delle spese sul soggetto obbligato.

Non solo in Lombardia, ma in tutta Italia purtroppo c’è ancora molto da fare per recuperare tutti i siti da bonificare.

01 Giugno 2017

Credito d'imposta bonifica amianto - aggiornamento Ministero dell’Ambiente

Credito d'imposta bonifica amianto - aggiornamento Ministero dell’Ambiente

Eventi

È stato pubblicato nella G.U. del 17 ottobre 2016, n. 243 il Decreto Ministeriale 15 giugno 2016 per l’avvio del credito d’imposta per le imprese che effettuano nel 2016 interventi di bonifica dell’amianto su beni e strutture produttive. 

Tenuto conto dell’elevato numero delle istanze pervenute, della loro eterogeneità, della difformità della documentazione trasmessa da parte delle imprese, determinanti una particolare complessità della disamina amministrativa delle stesse, si informa che entro il 30 giugno p.v. il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare provvederà, ex art. 4 comma 8 del succitato D.M., all’invio all’Agenzia delle entrate, con modalità telematiche, dell’elenco delle imprese ammesse a fruire dell’agevolazione con l’indicazione dell’importo del credito concesso. Successivamente il Ministero provvederà alla trasmissione degli esiti della procedura alle imprese richiedenti.

Si informa infine che, per le ragioni sopra evidenziate, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione Generale per la Salvaguardia del Territorio e delle Acque ha in corso la valutazione della riapertura dei termini per la presentazione delle domande nel rispetto di quanto previsto all’art. 2 comma 1 del D.M. di che trattasi.

29 Maggio 2017

Regioni

Regioni

Eventi

Piemonte: prosegue l’approvazione piano rifiuti speciali, infatti è stato fatto un ulteriore passo in avanti verso l’approvazione definitiva per il Piano Regionale di gestione dei rifiuti speciali del Piemonte, dopo il parere motivato espresso dalla Giunta in esito alla procedura di valutazione ambientale strategica.

Basilicata: in materia di autorizzazione integrata ambientale, sono in vigore dal 1° aprile 2017, le Linee guida per l'individuazione delle modifiche sostanziali dell'Aia e l'aggiornamento della modulistica.

Toscana: dal 15 aprile 2017 è entrato in vigore il nuovo regolamento per l’esercizio delle funzioni autorizzatorie regionali in materia di rifiuti, Aua, Aia e autorizzazioni generali alle emissioni in atmosfera.

25 Maggio 2017

Decreto legislativo sul codice degli appalti del 19 aprile 2017 n. 56 pubblicato sulla G. U. del 05/05/2017

Decreto legislativo sul codice degli appalti del 19 aprile 2017 n. 56 pubblicato sulla G. U. del 05/05/2017

Eventi

E’ stato approvato il Decreto Correttivo sul Codice degli Appalti, in particolare, tra le novità introdotte si segnalano:

- appalto integrato: si introduce un periodo transitorio che prevede che l’appalto integrato sia possibile per gli appalti i cui progetti preliminari o definitivi siano stati già approvati alla data di entrata in vigore del codice e nei casi di urgenza;

- progettazione: si introduce l’obbligatorietà dell’uso dei parametri per calcolare i compensi a base di gara;

- contraente generale: si prevede una soglia minima pari a 150 milioni di euro per il ricorso all’istituto del contraente generale, per evitare che il ricorso all’istituto per soglie minimali concretizzi una elusione del divieto di appalto integrato;

- varianti: si integra la disciplina della variante per errore progettuale, specificando che essa è consentita solo entro i limiti quantitativi del de minimis;

- subappalto: è confermata la soglia limite del 30 per cento sul totale dell’importo contrattuale per l’affidamento in subappalto;

- semplificazioni procedurali: in caso di nuovo appalto basato su progetti per i quali risultino scaduti i pareri acquisiti, ma non siano intervenute variazioni, vengono confermati i pareri, le autorizzazioni e le intese già rese dalle amministrazioni;

- manutenzione semplificata: viene definita da un decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e nel limite di importo di 2 milioni e mezzo di euro;

- dibattito pubblico: sarà effettuato sui progetti di fattibilità tecnica economica e non sui documenti delle alternative progettuali come nel testo approvato in via preliminare;

- costo della manodopera: se ne prevede la specifica individuazione ai fini della determinazione della base d’asta;

- albo dei collaudatori: è stato inserito l’obbligo, per le amministrazioni, di scegliere i collaudatori da un apposito albo.

18 Maggio 2017

Albo Nazionale Gestori Ambientali

Albo Nazionale Gestori Ambientali

Eventi

Sono state pubblicate due circolari che fanno chiarezza sui termini per il rinnovo delle iscrizioni e sui cambi di classe dei trasportatori di rifiuti.

Circolare n. 413 del 6 aprile 2017: l’articolo 22, comma 1, del D.M. 3 giugno 2014, dispone che le imprese e gli enti iscritti all’Albo sono tenuti a rinnovare l’iscrizione ogni 5 anni, a decorrere dalla data di efficacia dell’iscrizione.

Lo stesso articolo 22 dispone, al comma 2, che la domanda di rinnovo dell’iscrizione deve essere presentata cinque mesi prima della scadenza dell’iscrizione. Si fa presente che, dove la domanda sia presentata dopo il suddetto termine di 5 mesi, il rinnovo dell’iscrizione, (tenuto conto dei tempi necessari al relativo procedimento), potrà essere effettuato oltre il termine di scadenza dell’iscrizione, con la conseguenza che, una volta scaduto detto termine, fino alla notifica del provvedimento di rinnovo le attività oggetto dell’iscrizione NON potranno essere svolte.

 

Circolare n. 411 del 6 Aprile 2017: sono stati richiesti dei chiarimenti riguardanti i rapporti in essere dell’impresa iscritta in una determinata categoria e relativa classe, la quale, in sede di rinnovo dell’iscrizione, debba posizionarsi, per effetto della delibera n.5 del 3/11/2016 (in vigore dal 1° febbraio 2017), in una classe diversa o sottocategoria specifica rispetto alle precedenti. L’eventuale inserimento di una diversa classe e sottocategoria specifica rispetto alle precedenti, non produce effetti risolutivi per il soggetto iscritto relativamente ai rapporti già in essere con i terzi fino al termine dei rapporti stessi.

 

Delibera dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali

Con la propria Delibera n. 5 del 2 maggio 2017 il Comitato Nazionale dell’Albo Gestori Ambientali ha prorogato il termine entro cui le imprese iscritte in cat. 6 (trasporto transfrontaliero di rifiuti) devono iscriversi all’Albo, nel caso in cui queste siano in possesso della ricevuta rilasciata a seguito dell’iscrizione prevista dall’abrogata Delibera del 22 gennaio 2010. Tale termine, da ultimo prorogato al 15 maggio 2017 tramite la Delibera n. 1 del 23 gennaio 2017, è stato infatti ulteriormente prorogato al 30 settembre 2017.

12 Maggio 2017

AGGIORNAMENTO APP CER MANAGER SULL'APP STORE

AGGIORNAMENTO APP CER MANAGER SULL'APP STORE

Eventi

E' stato rilasciato nella giornata di ieri l'aggiornamento dell'App Cer Manager sullo store di Apple.
Oltre ad alcune migliorie e bugfix questo aggiornamento porta con se, a grande richiesta, la compatibilità con i sistemi operativi della mela morsicata meno recenti.
E' ora infatti possibile installare l'ultima versione di Cer Manager da iOS 8 in poi!

Lo staff di Cer Manager

29 Novembre 2016

Cer Manager sugli store delle App

Cer Manager sugli store delle App

Eventi

CerManager torna sugli store con la nuova versione del'App.

Apple store

Play Store

Windows Store

11 Novembre 2016

ECOMONDO 2016

ECOMONDO 2016

Eventi

Anche quest'anno CerManager sarà a EcoMondo.

Veniteci a trovare al:

Padiglione C1 – Stand 95/108

07 Novembre 2016

ECOMONDO 2015

ECOMONDO 2015

Eventi

Via aspettiamo allo Stand 68 - Padiglione C1 per la presentazione della nuova versione di CerManager.

NOVITA' 2015

Venite a scoprire il KM0, il 1° portale in Italia che permette di mettere in diretto contatto i trasportatori con i produttori di rifiuti per non far più viaggiare i mezzi vuoti!

TI ASPETTIAMO A ECOMONDO DAL 3 AL 6 NOVEMBRE

01 Novembre 2015

CER Manager ringrazia i visitatori di Ecomondo 2014:

CER Manager ringrazia i visitatori di Ecomondo 2014:

Home

E' passato ormai un anno da quando Bruno Bella ha presentato per la prima volta CER Manager, era solo un motore di ricerca in versione beta non ancora disponibile al pubblico, ma è nella sua semplicità che ha trovato la sua forza, ed è grazie a quei consensi ricevuti per un'idea nuova, per un progetto in cui abbiamo creduto fin dal principio che siamo andati avanti nello sviluppo, e siamo tornati qui ad Ecomondo 2014 per mostrarvi quanto questa applicazione è cresciuta. Nel tempo si è evoluta l'abbiamo sviluppata per le tre maggiori piattaforme di smartphone, ha un database di oltre tremila impianti registrati, è nata una versione gratuita più limitata, ma la vera evoluzione è sicuramente CER Manager Desktop la versione per pc che oltre a essere un motore di ricerca, è uno vero e proprio strumento di dialogo che mette in comunicazione il produttore con lo smaltitore di rifiuti, un vero e proprio programma di gestione preventivi e offerte. Lo staff di CER Manager ha avuto l'occasione di mostrare le potenzialità di questo nuovo ambizioso progetto a tutti i visitatori della fiera che sono passati dallo stand di Vibeco srl, in molti avete espresso le vostre opinioni abbiamo preso nota di ogni vostro consiglio, e stiamo continuando a lavorare per migliorare questo programma insieme a tutti voi.

Seguite l'intervista a Bruno bella ideatore di CER Manager che spiega alla stampa come nasce e come funziona CER Manager Desktop.

09 Novembre 2014